La riforma dell’obbligo di leva tiene banco in Israele, apre il dibattito sull’uguaglianza di tutti i cittadini e provoca scossoni nell’ampia maggioranza che sostiene il governo di Benjamin Netanyahu. Il punto dolente è l’arruolamento obbligatorio di ebrei ultra-ortodossi e cittadini arabi nelle Forze armate o, in alternativa, il loro servizio civile. Tutto nasce da una sentenza dello scorso febbraio con cui la Corte suprema giudicò incostituzionale la cosiddetta legge Tal, dal nome dell’ex giudice della Corte Suprema Tzvi Tal alla guida della relativa commissione nel 1999, che nel 2002 esonerò dall’obbligo di servizio militare i giovani haredim, gli ultra-ortodossi, lasciandoli al pressoché totale studio delle Sacre scritture.  

Domenica i parlamentari del Likud, principale partito della destra israeliana, hanno dato il via libera alla bozza di riforma proposta dalla comitato guidato dal Yohanan Plesner parlamentare di Kadima, partito centrista, nato da una scissione nel Likud, che lo scorso maggio aveva stretto un patto di governo con Netanyahu dando al premier un maggioranza schiacciante alla Knesset di 94 deputati su 120. La luce verde dei parlamentari del Likud è arrivata all’indomani della manifestazione con cui a Tel Aviv oltre 20mila israeliani hanno chiesto al governo di includere nel servizio militare obbligatorio anche chi oggi ne è esentato, al grido di “Un popolo, una leva” e chiedendo la fine di questa forma di discriminazione positiva, che risparmia agli haredim la leva obbligatoria nonché i periodici richiami come riservisti.  

Si è chiusa così una settimana in cui il governo di centro-destra ha rischiato la crisi schiacciato tra le richieste di Kadima e i paletti dei partiti confessionali, che lo sostengono da destra. Lunedì, su pressione dei leader religiosi, Netanyahu aveva sciolto la commissione presieduta da Plesner prima che questa potesse annunciare i risultati raggiunti. Le raccomandazioni della commissione prevedono che entro il 2016, l’80 per cento degli studenti dei collegi rabbinici e delle yeshiva svolga il servizio obbligatorio, portando le esenzioni dalle attuali 50mila a 1.500. A differenza del resto dei loro coetanei il cui obbligo scatta a 18 anni e il cui servizio dura tre anni per gli uomini e due per le donne, per i giovani haredim la coscrizione partirà a 22 anni e la loro permanenza tra le file dell’esercito sarà tra i 18 e i 24 mesi.  

Per quanto riguarda i cittadini arabi il numero dei coscritti, oggi 2,400, sarà triplicato nei prossimi cinque anni. Una decisione che vede però opposta la comunità araba, ossia un quinto dei 7,8 milioni di israeliani, che prima vuole vedere pienamente riconosciuti i loro diritti di cittadinanza. Ma contrari sono soprattutto gli ultra-ortodossi, il 10 per cento della popolazione, sostenuti dai loro partiti che fanno parte della coalizione del governo. La data ultima per la riforma della leva decisa dalla Corte suprema sarà il primo agosto. Si stringono quindi i tempi affinché, Plesner e il vicepremier, Moshe Ya’alon, mettano a punto il disegno di legge. Ma all’interno della coalizione di governo l’Yisrael Beiteinu, del ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha annunciato il proprio voto contrario e una propria bozza di riforma nel caso il documento dell’esecutivo non contenga un chiaro riferimento alla leva obbligatoria per gli arabi (che Lieberman vuole evitare) e non dichiari che l’età per la coscrizione è per tutti 18 anni.

Il dibattito di questi giorni ha inoltre riaperto quello più ampio sul ruolo degli ultra-ortodossi nella società israeliana. Quando nel 1948 l’allora primo ministro David Ben-Gurion esentò gli haredim dal servizio militare e dal lavoro, la comunità era composta da poche centinaia di giovani dediti allo studio della Torah. Ancora oggi pochi lavorano e pagano le tasse e la comunità vive di sussidi statali. Secondo uno studio della Banca d’Israele il 60 per cento degli uomini è disoccupato e la maggioranza della comunità vive sotto la soglia di povertà. Il governo ha già preso iniziative per ridurre questo divario. Anche perché, considerato l’alto tasso di natalità, presto gli ultra-ortodossi costituiranno una fetta non indifferente della forza lavoro israeliana e garantire i sussidi potrebbe non essere più sostenibile.

di Andrea Pira