Molto chiaro è stato il Fondo monetario internazionale (Fmi), la cui presidente, Christina Lagarde,  in un recente discorso a Tokyo, ha messo in rilievo come la crisi sia ben lungi dall’essere finita o dall’indebolirsi e minacci oramai l’insieme del pianeta.

Si può concordare, in una certa misura,  con Lagarde anche sulle cause, per così dire più immediate, della crisi,che ha identificato in una triplice debolezza: delle banche, dei sovrani e della crescita, intendendo, per debolezza dei sovrani, la fragilità fiscale e l’elevato indebitamento pubblico di varie economie avanzate.

Quello su cui invece non è possibile concordare con il Fmi e il suo presidente sono le ricette per uscire dalla crisi. L’identificazione di soluzioni efficaci richiederebbe infatti l’abbandono dei dogmi neoliberisti e l’approfondimento delle cause strutturali dell’attuale crisi del sistema capitalista, temi che non rientrano nel limitato curriculum professionale, e nell’angusto orizzonte culturale e intellettuale dei funzionari del Fmi, neanche ai massimi livelli.

Pur limitandosi, tuttavia, ai tre fattori indicati da Lagarde, risulta evidente che un’azione concertata per intervenire su tutti e tre i terreni indicati richiede il rafforzamento degli apparati pubblici, superando l’attuale crisi fiscale, ricorrendo al deficit spending, la messa sotto controllo delle banche mediante la loro nazionalizzazione e l’impostazione a livello mondiale di politiche di prelievo fiscale sul capitale finanziario (la nota Tobin Tax) e di controllo sul movimento dei capitali, mediante i quali acquisire le risorse necessarie alla cosiddetta crescita, che io preferisco chiamare sviluppo. Crescita infatti significa tentare di far sopravvivere l’attuale sistema con tutte le contraddizioni che l’hanno portato alla crisi attuale, sviluppo invece implica una sua profonda riconversione sociale ed ambientale.

E’ evidente peraltro che nessuna di tali misure rientra nell’orizzonte mentale degli attuali governanti e, soprattutto, entra in collisione con gli interessi dominanti che essi sono istituzionalmente chiamati a difendere e che pertanto la crisi è destinata a continuare e peggiorare.

L’unica misura risolutiva, come ho argomentato nel libro Il diritto contro la crisi, consiste in sostanza in quella che già Keynes indicava come la necessaria e urgente “eutanasia del redditiere”, l’eliminazione del parassitario sistema della finanza che, come un cancro invasivo, succhia le risorse vitali dell’economia mondiale perpetuando l’attuale ingiusta distribuzione del reddito, mantenendo in condizioni di miseria insostenibile la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, impedendo ogni sviluppo effettivo e orientando gli investimenti solo sui settori e le operazioni altamente speculative che consentono l’effettuazione di elevati profitti a breve termine. Anche la politica, tributaria della finanza sul piano intellettuale (data anche la penosa pochezza da questo punto di vista dei suoi esponenti, specialmente in Europa) e ovviamente su quello economico, tende a riprodurre la medesima esiziale logica del breve e brevissimo termine e ciò spiega il catastrofico difetto di governance che viviamo attualmente a livello mondiale, europeo e nazionale.

In ultima analisi quindi, il superamento della crisi, che è al tempo stesso finanziaria, economica, sociale, politica, ambientale, alimentare e culturale, è legato a un completo rovesciamento dei paradigmi dominanti. Una vera e propria rivoluzione, sia intellettuale che politica, che porti allo scioglimento delle vere e proprie organizzazioni criminali operanti sul piano della finanza internazionale, al rafforzamento della cooperazione internazionale fra gli Stati nell’ottica di un pieno recupero della sovranità sui mercati e al soddisfacimento dei diritti civili, politici, economici sociali e culturali della popolazione mondiale.

In questa prospettiva occorrerebbe da un lato porre in condizione di non nuocere gli esponenti della finanza internazionale e i loro  politici di fiducia. Non è pensabile che chi ha causato e continua a causare un danno sociale di questa enormità non sia colpito con adeguata durezza dall’ordinamento. Dall’altro, lanciare un programma mondiale di lavori socialmente utili e reddito garantito, le cui risorse potrebbero essere attinte da un’imposta sui trasferimenti di capitale. Utopia? Può darsi, ma l’unica alternativa a misure radicali di questo genere è la continuazione in perpetuo della crisi con suo progressivo aggravamento  fino all’estinzione dell’umanità. Di questo occorre essere fino in fondo consapevoli. Non c’è uscita dalla crisi seguendo gli sprovveduti banchieri alla Monti e Fornero, come dolorosamente si stanno rendendo conto perfino gli italiani.