Sabato scorso ho assistito al matrimonio di un caro amico a Treviso, officiato da Giancarlo Gentilini. Ricordate? Il sindaco-sceriffo, quello che tolse le panchine in alcuni punti della città perché non voleva che vi schiacciassero un pisolino gli immigrati e gli homeless, già condannato all’interdizione dai comizi pubblici per tre anni per istigazione al razzismo.

Esperienza quasi sensoriale, direi. Ora il nostro fa il vicesindaco (a sua insaputa, visto che durante tutto il discorso si è definito come sindaco), ma sta già scaldando i motori per la campagna elettorale. E infatti, più che officiare la cerimonia, Gentilini ha fatto un comizio in piena regola.

Gli sposi: uno del luogo, l’altro milanese trasferitosi nella Marca Trevigiana da qualche anno. Metà invitati trevigiani, metà milanesi, insomma. In che lingua si celebra il matrimonio? In veneto, ovviamente. Fortuna che di cognome faccio Marcon e che mio padre era di quelle zone, quindi il dialetto non lo parlo ma lo capisco. Gli altri miei amici, poveretti, avrebbero potuto assistere ad un matrimonio in Lapponia con gli stessi risultati di comprensione del parlato.

Bene, in circa 20 minuti di discorso il nostro è riuscito a dire chicche del tipo: “Quando sono stato sindaco ho fatto rifare le mura delle città, perché devono proteggere la nostra specie da tutti gli ingiallimenti ed annerimenti che ci minacciano” riferendosi all’immigrazione asiatica ed africana. In sala, una bimba peruviana recentemente adottata, mulatta. Ha quasi 10 anni, speriamo non abbia capito. Io ho una figlia che è nata in Brasile quando vivevo lì, doppia nazionalità italiana e brasiliana: è bionda, chissà se anche lei rappresenta una minaccia oppure se il colore della pelle, tendente al chiaro, le permetterebbe di prendere residenza dentro le mura trevigiane.

Gentilini raccontava anche che, quando riceve al Comune di Treviso scolaresche dagli Stati Uniti in gita di classe, mostra loro gli affreschi del Palazzo comunale, risalenti al 1300, e con fare intimidatorio dice loro: “Voi che fate tanto i gradassi in giro per il mondo, ricordate che mentre i miei avi dipingevano queste meraviglie voi non esistevate ancora come Paese, o al massimo avevate tre pellerossa che giravano per le campagne…”. L’audience locale, divertita, rideva e applaudiva.

Sono uscito con uno strano gusto in bocca, e ho rivolto il pensiero alle tante persone che, a livello di lavoro o di volontariato, spendono la loro vita per cercare di facilitare l’inserimento degli immigrati nel nostro Paese. Oppure agli sforzi diplomatici della parte buona dell’Italia, che esiste, per cercare di recuperare una credibilità internazionale dopo anni di oscurantismo.

E mi sono chiesto se davvero tutti questi sforzi abbiano senso, fino a quando avremo dei controcanti così gretti: ed ho pensato che alla fine la storia ha un proprio corso e una propria giustizia, spesso tortuosi e non sempre comprensibili, e mi sono rimesso a lavorare con ancora maggior determinazione e una sana rabbia in corpo.