La defenestrazione è iniziata quando ha iniziato a chiedere i conti correnti dei clienti laici dello Ior: è stato allora che Ettore Gotti Tedeschi ha segnato, lui stesso, la fine del suo mandato come presidente dell’Istituto per le opere di religione. La ricostruzione è del Corriere della Sera e del Messaggero. Il giornale romano parla anche del sequestro di 50 faldoni a casa del banchiere, ma la circostanza è stata smentita seccamente stamani dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Il quotidiano di via Solferino, invece, cita il memoriale di Gotti Tedeschi: “Tutto è cominciato – si legge – quando ho chiesto di avere notizie sui conti che non erano intestati ai prelati”. Quindi i conti di coloro che non sono componenti del clero: politici, alti funzionari, capitani d’industria, imprenditori. Magari anche prestanome di figure della criminalità organizzata. Un’inchiesta della Procura di Trapani sta verificando peraltro se davvero allo Ior sia arrivato anche denaro del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro.

Sequestrati 47 faldoni. Ieri lo Stato della Città del Vaticano era entrato con decisione sulla vicenda che ha portato anche all’interrogatorio di Gotti Tedeschi da parte dei pm di Roma. Fino a ieri si dava per certa anche l’acquisizione di una cinquantina di faldoni trovati nella perquisizione della casa e dello studio del banchiere, compreso il cosiddetto “memoriale”. Pignatone, tuttavia, oggi ha smentito.

L’Ansa, a sua volta, oggi rilancia sul punto. Sarebbero 47 i faldoni posti sotto sequestro dai pm della Procura di Napoli e al momento sigillati negli uffici di Gotti Tedeschi. Oltre a questo materiale ci sono il backup del pc del banchiere effettuato sempre dai magistrati della procura partenopea, che al momento è “congelato” e potrà essere aperto solo in contraddittorio con le parti; un memoriale difensivo che l’ex presidente dello Ior stava predisponendo per rispondere ai 9 punti del documento di sfiducia votato nei suoi confronti dal board dell’istituto, che è stato acquisito invece dai pm della procura di Roma; un appunto che aveva scritto temendo per la sua incolumità, supportato da alcune delle carte presenti nel memoriale, e che pure è stato acquisito dalla procura romana. Questo al momento, secondo quanto spiegano fonti vicine all’inchiesta, il quadro del materiale di Gotti Tedeschi nelle mani dei magistrati.

Per quanto riguarda il cosiddetto memoriale, il banchiere non aveva ancora deciso a chi destinarlo e stava valutando, a quanto si apprende, quale potesse essere l’interlocutore più opportuno: comunque un interlocutore all’interno del Vaticano. L’appunto è invece il documento che era destinato, nelle intenzioni di Gotti Tedeschi, alla sua segretaria, ad un avvocato e ad un giornalista di fiducia qualora i timori che potesse succedergli qualcosa fossero divenuti, a suo giudizio, più seri.

L’intervento del Vaticano. Ieri in una dichiarazione della sala stampa vaticana, arrivata a fine giornata, la Santa Sede ha detto di aver “appreso con sorpresa e preoccupazione le recenti vicende in cui è stato coinvolto il professor Gotti Tedeschi”. La Santa Sede “ripone nell’autorità giudiziaria italiana la massima fiducia che le prerogative sovrane riconosciute alla Santa Sede dall’ordinamento internazionale siano adeguatamente vagliate e rispettate”. Una dichiarazione che non lascia dubbi: se tra le carte sequestrate ci dovessero essere, come è stato scritto, documenti riservati, ad esempio riguardanti il Papa e la sua persona, questi devono essere trattati come prevede il diritto internazionale, in quanto attività di un capo di stato estero. Ma non solo: l’avvertimento ha due direzioni: Gotti Tedeschi stesso (collabori pure con gli investigatori, ma non parli di fatti che riguardano i Sacri Palazzi), ma anche i magistrati, come detto.

Gli scontri tra Gotti Tedeschi e Cipriani.  Nel memoriale Gotti rileva i conflitti interni. Innanzitutto con il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani (circostanza già emersa nelle settimane scorse): Gotti Tedeschi, al contrario del dg, si sarebbe reso più disponibile a collaborare con i magistrati che hanno indagato entrambi per una sospetta violazione delle leggi sull’antiriciclaggio. Poi anche con il direttore di Rai Vaticano Marco Simeon, ritenuto vicino al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Simeon, scrive il Corriere, vanta ottimi rapporti con il faccendiere Luigi Bisignani e con alcuni alti funzionari finiti agli arresti per corruzione nell’indagine sugli appalti dei Grandi eventi come l’ex provveditore alle opere pubbliche, Angelo Balducci. Una guerra interna con la mira ad altezza d’uomo: addirittura con una perizia di un medico di fiducia di Cipriani che durante una festa di Natale ha osservato “sotto il profilo medico” Gotti Tedeschi, ma anche lettere del segretario del consiglio dello Ior Carl Anderson e del vicepresidente Schmitz per pressare il segretario di Stato Bertone perché “espellesse” il banchiere dal cda.

Le due inchieste di Roma. Le inchieste condotte dai pm di Roma in realtà sono due. La prima portò nel settembre 2010 a iscrivere nel registro degli indagati, appunto, Gotti Tedeschi e Cipriani. Nel mirino, 23 milioni movimentati verso il Credito Artigiano e destinati parte a J.P. Morgan Frankfurt, parte alla Banca del Fucino. Un’operazione sospetta, secondo i pm, che disposero il sequestro della somma. Ai magistrati Gotti e Cipriani spiegarono che si trattava di normale operazione di tesoreria. Ma i 23 milioni furono dissequestrati solo nel giugno scorso, grazie anche all’iter intrapreso dalla Santa Sede per dotarsi di una normativa antiriciclaggio, in vigore dall’aprile 2011 e poi oggetto di una controversa fase interpretativa.

L’altra inchiesta coinvolge invece alcuni preti e le loro movimentazione di denaro in odore di riciclaggio. Tra questi don Evaristo Biasini, soprannominato “don bancomat”. Il suo nome comparve nelle indagini avviate a Perugia sulla cosiddetta “cricca” degli appalti per i grandi eventi: il sospetto era che il sacerdote, ex economo della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo sangue e amico di Diego Anemone, costruttore romano al centro dell’indagine, custodisse fondi neri. In varie operazioni da lui annotate ricorre anche la voce Ior. La vicenda che lo riguarda è finita per competenza alla procura di Roma, che nell’ambito della stessa inchiesta sta svolgendo accertamenti anche su altri religiosi indagati: Orazio Bonaccorsi, già processato e assolto a Catania per fatti analoghi ma secondo piazzale Clodio autore di altre operazioni di riciclaggio via Ior; Emilio Messina e Salvatore Palumbo.