“Noi non abbiamo nessun crollo in via Cavour”. E’ Luca Zaccarelli al telefono, referente commerciale dell’Acea spa, impresa che costruisce edifici tra Mirandola, Cavezzo, Concordia, Finale Emilia. L’epicentro del terremoto di ieri. “Guardi signor Zaccarelli che la palazzina esiste, meglio esisteva, è collassata, almeno una parte”, gli facciamo notare. “Mi lasci la libertà di non risponderle, è giusto che lei mi faccia domande, è mio diritto non rispondere”.

La telefonata si conclude. Butta giù. Proviamo con un sms, quello che serve è una spiegazione tecnica. Poco dopo Zaccarelli richiama: “Noi abbiamo la coscienza tranquilla, quello che è accaduto è  inspiegabile. Non sappiamo cosa sia successo nel sottosuolo”. Ed a precisa domanda se esiste qualche difetto progettazione: “Non mi faccia dire cose che non so. Il progettista, esterno alla nostra azienda, ha edificato progetti di altre palazzine che sono rimaste intatte. Abbiamo avuto altri crolli su palazzine da noi vendute, ma un collasso come quello della palazzina in via Cavour a Cavezzo l’abbiamo avuto solo lì”.

Ma com’era la palazzina di via Cavour, diventata involontariamente l’immagine della distruzione? Una parte, originariamente era la casa operaia, quelle che con gli anni a seguire avrebbero preso il nome di case del popolo. Poi venne aperto un cinema, l’unico a Cavezzo. Fino alla fine degli anni Novanta, quando Zaccarelli inizia i lavori di ristrutturazione. Ne fa una palazzina di pregio. Una parte è adibita a studi medici. Quella che con la scossa di ieri mattina è crollata, o meglio, collassata: il tetto è caduto a terra come se non fosse appoggiato su nessuna parete portante. E’ crollata la parte nuova della palazzina, la struttura più vecchia, quella ristrutturata, era rimasta. Ma nella notte, senza che la Procura sapesse niente, è stata demolita. Una decisione presa dalla protezione civile, in fretta e furia, ma sicuramente una fonte di perizie e inchieste che oggi non possono essere ripetute.

“Era la piazza più bella del paese, il nostro vanto”, dice in lacrime Emilia Paltrinieri, medico condotto. Lei al piano terra dell’ala collassata dello stabile aveva il suo ambulatorio. Di fronte alle macerie, dall’altra parte di via Cavour ci sono due palazzi che, almeno in apparenza, non hanno neanche una crepa. 

Il medico si era trasferito nella palazzina nel 2000, appena finiti i lavori. Un regalo che le fece il padre prima di morire. Ma non sa da chi avesse comprato, a quale prezzo. “Non mi sono occupata di niente, fece tutto papà”. Il costruttore ci potrebbe essere utile. Ma l’impresa Acea Costruzioni s.p.a di Mirandola, dal 1956 sia “sul mercato pubblico che privato”, come si legge nel sito, voglia di troppe spiegazioni non ne ha. Nei prossimi giorni i progetti finiranno sul tavolo del procuratore di Modena, Vito Zincani, che prima di parlare con ilfattoquotidiano.it, non era ancora a conoscenza della demolizione di questa notte della palazzina rimasta in piedi al fianco di quella collassata su stessa dopo il terremoto di martedì mattina. Una scelta che potrà rendere più difficoltose le indagini dei magistrati che hanno aperto un fascicolo ancora senza ipotesi di reato per valutare, soprattutto sui capannoni dove ci sono state le vittime e sulle palazzine più recenti, se al momento della costruzione furono rispettati i criteri previsti dalla normativa antisismica regionale.

“Sarà una indagine molto lunga – ha affermato Zincani -, serviranno delle perizie tecniche per capire come si è propagata l’onda sismica”. Il procuratore ha rilevato “che si è trattato di un terremoto molto forte ma che per i sismologhi non è distruttivo, perché tra magnitudo quattro e sei non è ritenuto distruttivo: però per alcuni capannoni lo è stato”.  “La politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è stata una politica suicida – ha concluso Zincani -. Oltre al fatto che rovinano il paesaggio, questi capannoni prefabbricati sono stati fatti con l’ottica del risparmio. Ma ora paghiamo il risparmio nelle costruzioni con un prezzo di gran lunga superiore, che si calcola con vite umane”.

Comunque ad avere dato il via libera alle ruspe è stato il sindaco di Cavezzo, Stefano Draghetti: “Ho avviato una procedura d’urgenza e incaricato la Fratelli Baraldi Spa perché l’edificio danneggiato era a rischio crollo”. Peccato che l’ex casa operaia non sia l’unico stabile gravemente compromesso dalle scosse, ciò nonostante è stata, fino ad ora l’unica ad essere demolita. “E’ vero – continua il primo cittadino – ma, a differenza di altri, quel palazzo si affaccia sulla cosiddetta ‘pubblica via’. Che fra le altre cose è la via di comunicazione fra i due campi per gli sfollati ed è essenziale per il transito dei mezzi di soccorso”.  Insomma, per poter deliberare una procedura d’urgenza e assegnare i lavori a chiamata diretta (quindi senza gara d’appalto) a un’azienda, deve valere il principio del pubblico interesse, “tant’è – conclude cognome – che per la demolizione degli altri edifici pericolanti che non  insistono su via pubbliche non faremo procedure d’urgenza, ma probabilmente indiremo una gara d’appalto”. Quello che però il sindaco non sa è che la sua decisione, “presa in nome della cittadinanza e vista la gravissima situazione” ha ostacolato le indagini della magistratura. Che ci vuole vedere chiaro su come sono state costruiti case e capannoni crollati.

di Lorenzo Galeazzi, Emiliano Liuzzi, Nicola Lillo