Dico subito che non ho speciali informazioni (e quindi non ho speciali  ipotesi da fornire per le pistole che hanno gambizzato Genova e la bomba che ha sfregiato Brindisi).

Ma l’accostamento immediato che mi si è presentato davanti agli occhi, quando ho saputo, è stato ai quasi duecento che si sono suicidati negli scorsi mesi. E poi a Breivik. Tutto si svolge in un bicchiere d’acqua torbido, tanto torbido che non si può vedere il fondo. Tutto ha l’aria di un sintomo, anzi di una serie di sintomi, di una vita malata, di una società malata.

E, quando la società è malata, appaiono foruncoli purulenti, apparentemente incomprensibili, segnali di una violenza che emerge dall’organismo, in forma disordinata e repellente.

Oslo, o Roma, o Columbine, o Brindisi, non fa differenza.

Penso che siamo all’inizio di una grande crisi “umana”, che fino ad ora non abbiamo visto e non vogliamo ancora vedere, ma che è il portato della gigantesca crisi di valori, molto più vasta di quella economica e sociale, dell’inquietudine collettiva che stringe alla gola ormai milioni d’individui. Questi foruncoli di violenza omicida sono come la febbre che segnala la malattia.

E la malattia avrà un decorso lungo e difficile. Siamo solo all’inizio. Ci vorrebbe un dottore, perché non solo gl’individui si ammalano, ma anche i popoli. 

E inquieta ancor più l’assenza di una guida. Quelli che dovrebbero fornircela sono i primi ad essere presi dal panico. Invece di capire, di diagnosticare, cercano i colpevoli là dove non li potranno mai trovare. Cercano dall’altra parte della strada solo perché là ci sono i lampioni accesi. Ma dovrebbero ricordarsi che la chiave l’hanno perduta da questa parte, dove c’è buio. Diceva Galileo Galilei, di loro: “che vanno il sommo bene investigando e por ancor non v’hanno dato drento perché non è dove lo van cercando”.

Non sanno che devono guardarsi allo specchio per trovarli, i colpevoli.