Chissà cosa penserebbero Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis ed i tanti altri illustri esponenti della cultura italiana che tennero a battesimo la – un tempo gloriosa – Società italiana autori ed editori nel leggere il testo del nuovo statuto, messo a punto dal Commissario straordinario Gianluigi Rondi e dai due sub-commissari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino.

Probabilmente inorridirebbero nel prendere atto che coloro ai quali è stato affidato il compito – obiettivamente difficile – di provare a risollevare le sorti di una società nel pieno di una deflagrante crisi finanziaria e di un’istituzione della cultura italiana che ha, ormai, perduto prestigio e rispetto, non hanno potuto, voluto o saputo far di meglio che consegnarne il governo – e quindi il futuro – nelle mani dei più ricchi e, dunque, non necessariamente dei più bravi, dei più meritevoli e di quanti – più degli altri – contribuiscono allo sviluppo del patrimonio culturale ed artistico del Paese.

Il testo dello Statuto della “nuova Siae” – maledettamente simile alla precedente – appena licenziato, attribuisce, infatti, agli associati in favore dei quali vengono ripartiti maggiori introiti il potere – pressoché assoluto – di controllo dell’Ente.

Ecco quanto prevede il comma 2 dell’art. 11 del nuovo Statuto Siae: “Ogni associato ha diritto ad esprimere nelle deliberazioni assembleari almeno un voto e poi un voto per ogni euro (eventualmente arrotondato per difetto) di diritti d’autore percepiti nella predetta qualità di associato, a seguito di erogazioni della società nel corso dell’esercizio precedente”.

La previsione ha, almeno, il pregio della chiarezza e della non ambiguità.

La gestione dei diritti d’autore nel nostro Paese, da parte del soggetto cui lo Stato la affida, in regime di monopolio, è governata dai più ricchi ovvero da quanti – per effetto di criteri di riparto assai poco scientifici e, comunque, da loro stessi stabiliti – percepiscono, ogni anno, più soldi.

Tanto per comprendere la portata aberrante della norma che disciplina il governo della nuova Siae, la volontà di ottantamila associati potrà essere posta nel nulla e superata da quella di un pugno di associati che abbiano guadagnato, alla fine dell’anno, qualche centinaio di migliaia di euro di diritti d’autore. [n.d.r. scrivo un “pugno di associati” e non un solo associato perché probabilmente per pudore, lo statuto prevede che “in nessun caso ciascun associato può esprimere voti in misura superiore al trentesimo dei voti esprimibili in ciascuna singola votazione].

Si tratta di una regola probabilmente accettabile in una società per azioni che non persegua altra finalità ed obiettivo che non la massimizzazione degli utili e che, soprattutto, proceda poi alla distribuzione degli utili in maniera trasparente e proporzianale al numero di azioni che ciascun socio detiene ma inaccettabile nell’ambito di un ente cui lo Stato affida – per di più in regime di monopolio – compiti e finalità tanto importanti e centrali per lo sviluppo della cultura ne nostro Paese nonché la tutela dei diritti e degli interessi di tutti i soggetti della filiera e non solo dei più ricchi tra loro.

E’ un fatto grave e che conferma l’esigenza di rompere – una volta per tutte – il monopolio della Siae nell’intermediazione dei diritti nel nostro Paese.

A quel punto, la Siae, sarà libera di continuare a difendere in via preferenziale l’interesse dei grandi centri di interesse economico lungo la filiera della produzione e distribuzione dei prodotti culturali ed artistici ma ogni autore, artista, piccolo editore potrà, scegliere di rivolgersi ad una società della quale potrà sentirsi più padrone e che potrà sentire più sua.

La gestione dei diritti d’autore non è un affare solo per ricchi e, prima ancora, non è solo una questione di soldi ma, soprattutto di cultura.

Tocca ora al Ministero dei beni e delle attività culturali ed a Palazzo Chigi – cui la legge demanda il controllo dell’attività dell’ente – far presente a Siae che il nuovo statuto così, non va e che andrà cambiato per riconoscere anche a i più ricchi di arte e cultura – ma più poveri in termini economici – la rappresentatività che meritano.

Se il Governo dei Professori non muoverà un dito in questo senso, sapremo – come peraltro è già almeno lecito sospettare – che nella visione di questo Esecutivo, tutta la vita del Paese è riconducibile ad una formula matematica e che l’unica prospettiva nella quale interpreta il proprio ruolo è quella di far quadrare i conti.