Piero Marras è un cantautore che in tempi di violenza economica scatena una consapevolezza dolce: quanta ricchezza è nascosta nelle macerie del presente non ancora passato del tutto, quanta forza potrebbe nascondersi nelle pieghe della nostra depressione, quanta bella intelligenza può mangiare la faccia all’ottusità di chi ci spinge alla soluzione più utile per pochi e devastante per il resto del mondo.

Sabato scorso all’Auditorium di Roma si cantava in nuorese, in italiano, in una lingua ribelle che dice: la Sardegna non ne può più. Negli ultimi vent’anni è successo di tutto: dalla rivoluzione web di Grauso allo sfolgorio del berlusconismo più becero, dai sogni ecosostenibili di Soru alla tragedia della Vinyls, dal fenomeno dell’estemporaneo governatore Cappellacci al contemporaneo sindaco cagliaritano Zedda. Senza dimenticare il G8 della Maddalena, le verità oscene di Quirra, le facce dei pastori sardi fieri e incazzati col mondo. 

Tutto nello spazio di un’isola, nella meraviglia di una terra intensa e mal colonizzata, stretta tra le promesse di sviluppo continentale e l’incubo di una ritrovata miseria. Ci vorrebbe un film per raccontare, per non perdersi più niente di un valore così speciale come l’anima di un luogo e di gente antica. Perché ‘sardopatici’, a ben vedere, siamo un po’ tutti. Perché la domanda che sorge quando ci si trova davanti a chi ha il coraggio di far notare come si stia buttando via un patrimonio è semplice semplice: cosa succederà ora? Qualcuno avrà voce per salvare una storia nuova nel pasticcio omologante del tempo globale o la Grecia è il simbolo della fine per chi ha troppo sulle spalle?

Intanto, mentre si cerca una risposta, si può ascoltare Piero Marras. E leggere su Youtube i commenti della gente che lo ascolta e pensa e ha voglia di parlare e reagire e trovare altra gente che non si arrenderà neanche stavolta. “Si deus cherete e sos carabinieris lu permittini”, cioè se dio vuole e se il potere costituito lo permette.