I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa
di Federico Guerrieri
Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.
Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.
La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.
Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.
Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.
Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.
Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.