Il poliziotto-“cacciatore” non “caccia” più la preda-superboss. La ricerca del capo mafia Matteo Messina Denaro non è più cosa dell’ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares, uno dei poliziotti “tosti” del trapanese, provincia di Sicilia dove resiste lo zoccolo duro della mafia siciliana. Promosso da vice questore a primo dirigente e portato ad altro incarico, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani, è quindi, per questo, fuori dal gruppo di investigatori della Polizia che da anni è stato organizzato dal Viminale per cercare di catturare Matteo Messina Denaro il sanguinario assassino che oggi è a capo di una holding di imprese e società a sua disposizione, protetto da una cerchia di “complici” in grisaglia.

Linares ha deposto ieri a Marsala al processo contro Matteo Messina Denaro e la sua “corte” di favoreggiatori. Aula quanto mai piena, ma non era un pubblico qualsiasi, ma tutti familiari dei detenuti. Per circa quattro ore e mezza l’ex capo della Mobile di Trapani ha ripercorso le tappe dell’indagine che hanno portato nel marzo del 2010 ad una maxi retata nel Belice e quindi all’odierno dibattimento dove il grande assente resta Matteo Messina Denaro, appena 50enne, ricercato da 19 anni. Linares ha parlato di quel metodo di lavoro che in un vasto periodo dalla metà degli anni ’90 in poi ha portato alla cattura di tutti i latitanti della mafia trapanese, arresti resi possibili seguendo imprese, appalti e politici, scovando la cosidetta “area grigia”, quella creata proprio da Matteo Messina Denaro “che ha fatto una sua Cosa nostra dentro Cosa nostra”.

Tante luci nel racconto dell’investigatore, come “l’avere scoperto il sistema postale “privato” del latitante, la circolazione dei “pizzini”, i riferimenti strategici di Matteo Messina Denaro erano “i cognati Filippo Guttadauro – fratello di Giuseppe il medico capo mafia di Brancaccio e amico di Cuffaro – e Vincenzo Panicola, e in ultimo il fratello, Salvatore Messina Denaro”. “Questo metodo – ha detto Linares rispondendo al pm Paolo Guido – è stato certamente seguito fino a quando sono stato alla guida della Squadra Mobile di Trapani, poi sono stato promosso e destinato ad altro incarico”. Un metodo messo da parte per un periodo, adesso ripreso e in prima linea sono gli “eredi” di Linares, come il neo capo della Mobile, Giovanni Leuci, mentre il gruppo è diretto da Palermo, dal numero due della Mobile, De Santis. Ma il racconto di Linares si è soffermato anche su alcune ombre non chiarite del tutto e che sembrano proporre scenari già visti. Nel 2006 in piene indagini che facevano terra bruciata attorno a Messina Denaro, nel covo dove si nascondeva Bernardo Provenzano vengono trovati dei “pizzini” di Alessio, l’alias usato dal latitante trapanese, in questi a proposito di appalti da farsi e di mediazioni con la politica si fa riferimento ad un certo “Vac”. Pochi giorni di indagine e si individua il soggetto, Tonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arrestato per mafia e droga, uscito dal carcere dopo avere scontato la pena per traffico di droga (fu assolto dalle accuse di mafiosità).

Le intercettazioni avviate portarono ad una scoperta: “Il soggetto era in contatto con uomini del Sisde – ha spiegato Linares ai giudici – dal 2003 al 2007 Vaccarino era stato usato dal Sisde come infiltrato fatto per il quale risultò che la Procura di Palermo era all’oscuro”. A contattare Vaccarino erano stati il generale Mori e il suo braccio destro De Donno. Tornando al “metodo” di ricerca del boss, il pm Guido ha anche chiesto se questo ha dato particolari ulteriori risultati? “Durante la mia direzione siamo stati ad un passo – ha risposto Linares – dalla cattura di Matteo Messina Denaro”. E tra gli altri passaggi non del tutto chiari di questa lunga storia di ricerca del boss, c’è quello proprio del mancato concretizzarsi di questo “passo” fatto rimasto accennato da Linares nella sua deposizione. E però forse già nel 2010 Matteo Messina Denaro poteva essere arrestato ma i vertici della Procura di Palermo e della Polizia nel marzo del 2010 decisero di fare scattare i fermi; se ai poliziotti di Trapani fosse stato concesso altro tempo, chissà forse la cattura poteva esserci, a maggio era prevista la consegna di “pizzini” al boss, seguendo questi si sarebbe potuto arrivare al suo rifugio.