La nostra non è affatto una democrazia rappresentativa. La metà degli italiani dichiara che alle prossime politiche non intende votare. Si sa per esperienza che in prossimità del voto questa percentuale finirà per ridursi, ma è molto probabile che un terzo (forse più) dei nostri concittadini nel 2013 diserti davvero le urne.

Nel paese tutte le liste messe insieme raccoglieranno il 65 per cento dei voti, ma in Parlamento occuperanno il 100 per cento dei seggi (in realtà le liste minori resteranno escluse, dunque quel 100 per cento sarà appannaggio di un 60 per cento e anzi meno). Decine di milioni di cittadini non avranno rappresentanza, saranno stati di fatto ostracizzati dalle istituzioni. Si dirà: peggio per loro, se vogliono farsi rappresentare vadano a votare. Peccato che nel “mercato” della politica non trovino un “brand” in cui minimamente riconoscersi (anzi, come è noto, anche la maggioranza di quanti scelgono una lista riesce a votare solo grazie a previa anestesia olfattiva). E il sistema rende assolutamente ardua la creazione di nuovi “soggetti” con pari risorse e “chance”.

Eppure, la possibilità di rendere davvero rappresentativa la democrazia c’è: se a votare vanno i due terzi degli aventi diritto, solo i due terzi dei seggi verranno distribuiti tra le liste in competizione: il restante terzo verrà assegnato per sorteggio tra i cittadini che non si sono recati alle urne. Il sorteggio è una modalità che vanta titoli ineccepibili di “nobiltà” democratica. Non solo era strumento essenziale nella democrazia ateniese, ma oggi negli Stati Uniti sono cittadini estratti a sorte quelli che, in rappresentanza dell’intero popolo, condannano a morte un innocente o mandano libero un criminale efferato (anche l’inverso, ovviamente): potere non meno rilevante che promulgare una legge, si direbbe. Del resto, sondaggi assolutamente accurati si basano ormai su un campione di mille persone per cinquanta milioni, la rappresentatività effettiva per sorteggio potrebbe essere di caratura perfino superiore a quella del voto a narici occluse. I partiti non accetteranno mai? Ovviamente.

A loro l’astensionismo va benissimo, se non intacca la percentuale delle “cadreghe” da occupare in Parlamento. Ma – proprio per questo motivo – un movimento di opinione può fare di questa riforma un suo convinto cavallo di battaglia. Poco più di un secolo fa, anche il suffragio universale sembrava assurdo o utopistico, ma un “estremista” della Realpolitik come Max Weber ha già ricordato che “il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”.

Il Fatto Qutotidiano, 24 Aprile 2012