La prova di forza ci sarà, è solo questione di tempo. Ma quale e quanta forza i sindacati sapranno dispiegare nel momento del bisogno? Il tema della rappresentanza è nell’aria da tempo: quanto conta oggi il sindacato? chi rappresenta davvero? Domande semplici ma risposte tutt’altro che scontate.

Anche se i dati sugli iscritti 2011 dicono il contrario, è netta la percezione che i sindacati italiani abbiano perso consenso. Secondo un recente sondaggio condotto da Ipr Marketing per Piazza Pulita, l’indice di fiducia verso le parti sociali è fermo al 33%. Quindi il 67% degli italiani non ha fiducia nei sindacati. Diffile aspettarsi di più: le parti sociali sono uscite a pezzi da un decennio di divisioni e contrapposizioni delle quali i governi di centrodestra hanno approfittato per smontare chirurgicamente il modello della concertazione degli anni Novanta e mettere in discussione lo stesso istituto del sindacato come “portatore di interessi generali”. Monti ha solo capitalizzato questo lavoro, e ha assestato il colpo decisivo con la riforma delle pensioni. La fa il governo, le parti sociali stanno alla finestra. Stesso copione con quella del lavoro, salvo passaggi stretti in aula.

Quanto contano davvero i sindacati? I dati degli iscritti sono opachi e contestati. E’ successo giusto un mese fa. Il 27 febbraio i quotidiani riprendevano questa notizia: “Nei sindacati 4 milioni di fatasmi”. Insomma, tessere gonfiate. La denuncia arrivava dall’interno del mondo sindacale. La federazione autonoma Confsal ha confrontato gli iscritti forniti dai sindacati con il numero di lavoratori attivi e di pensionati. I conti, manco a dirlo, non sono tornati. Tra i lavoratori attivi Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confsal, Cisal e Usb dichiarano complessivamente circa 11 milioni di tesserati. Ma i lavoratori dipendenti in Italia sono 17 milioni. E allora delle due l’una: quei dati sono veri e il 65% dei dipendenti ha effettivemente in tasca una tessera, oppure ci sono 2 milioni di tessere fantasma.

Stesso discorso per i pensionati, dove gli iscritti virtuali sarebbero 1,2 milioni. Come e perché queste cifre? Il motivo è semplice: il numero di iscritti in ambito pubblico e pensionistico è certificato rispettivamente dall’Aran (agenzia governativa) e dall’Inps. Non può essere alterato, in ambito privato invece ognuno può riportare la cifra che vuole. E gonfiarla a piacimento. Nessuno controlla. Perché farlo? Per il posizionamento, certo, ma anche perché se non hai il 5% degli iscritti non prendi parte ai tavoli della negoziazione contrattuale. Questo, è vero, vale già da tempo per il pubblico impiego ma lo stesso criterio selettivo presto varrà anche nel privato. Se ne parla da anni e finalmente si sono mossi dei piccoli passi verso la trasparenza. A giugno le sigle sindacali si sono accordate per certificare anche l’ambito privato con la supervisione del Cnel, il soggetto pubblico incaricato di validare le tessere e riportare a percentuale le quote di rappresentanza.

Lo scorso settembre hanno poi stretto un accordo pilota con Confidustria che ancora non è operativo ma che sarà il calco per accordi analoghi con le altre categorie (Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato etc..). Certezze sui tempi nessuna. Il balletto di cifre dunque continuerà a lungo. Forse per capire quanti stanno davvero col sindacato resta solo il colpo d’occhio sulla piazza. Forse, perché saranno milioni per i sindacati e un centinaio per la Questura. Sui numeri della rappresentanza si litiga sempre.