Un'immagine del dossier presentato dai No Tav: un poliziotto sta per lanciare un sasso

“Azioni ripugnanti che chiedono un’immediata reazione degli organi inquirenti”. Una “violentissima, selvaggia azione di pestaggio” contro cinque persone in stato di fermo. Così i militanti No Tav denunciano alla magistratura le violenze delle forze dell’ordine sui dimostranti a Chiomonte (Torino) il 3 luglio del 2011. Lo hanno fatto con un’operazione chiamata “Hunter”, cacciatore, come il corpo d’élite dei carabinieri, i “cacciatori di Sardegna” e i “cacciatori di Calabria” impegnati l’estate scorsa in Val di Susa. Si tratta di un dossier di quattordici pagine, con fotografie e con un video di circa cinque minuti, consegnato alla procura di Torino, ma anche ad altri sedi giudiziarie, affinché si indaghi sugli eccessi di carabinieri, agenti della mobile e della Digos. Una risposta attiva alle inchieste – da loro giudicate “a senso unico” – che hanno portato all’arresto di 25 militanti esattamente due mesi fa.

Per preparare il dossier, i militanti del movimento hanno adottato alcuni metodi usati dalla Digos nelle indagini su altri scontri di piazza, ma hanno anche ripreso parte dei documenti già in mano agli investigatori. Tecniche semplici, come il riconoscimento dei responsabili delle singole azioni tramite l’analisi di immagini, lo studio dei dettagli del corpo e dell’abbigliamento. Un “pedinamento” per fotogrammi al fine di individuare l’autore delle lesioni su quattro uomini e una donna, vittime di una “violentissima, selvaggia azione di pestaggio” avvenuta “già al momento stesso della cattura” o durante il trasferimento.

Una delle vittime, un ragazzo, era stato trasportato in elicottero al Centro traumatologico ortopedico di Torino dove aveva ricevuto una prognosi sopra i sessanta giorni, la più alta: “Dà la misura di quali siano state le conseguenze più gravi patite quel giorno”, scrivono i No Tav nel documento. A una terza vittima erano state riscontrate più lesioni, tra cui la frattura dell’ulna del braccio sinistro. “Sono solo una parte dei duecento manifestanti feriti quel giorno”, spiega Lele Rizzo, volto del centro sociale Askatasuna. Le foto registrano l’orario: 12,50 e 12,53. “Analizzando l’ordinanza di custodia cautelare – ha detto il leader del movimento Alberto Perino – vediamo che le accuse rivolte ai No Tav partono tutte dopo le 13,30. Dal materiale che abbiamo raccolto però risulta che le forze dell’ordine sono uscite alle 12,30 dall’area archeologica e sono andate a prelevare i dimostranti nel bosco”.

Per i No Tav alcuni agenti e militari delle forze dell’ordine hanno violato le norme interne sull’uso delle armi e le “regole d’ingaggio”: un cacciatore mancino armato di bastone, un altro con tatuate frasi di San Paolo sul bicipite sinistro (“ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la (mia) corsa, ho conservato la fede”), un sovrintendente capo del Reparto mobile (fotografato di profilo) ritenuto un manganellatore, altri agenti ripresi dalle videocamere mentre calciano i fermati. A questi si aggiungono le foto di chi non è intervenuto a fermare i pestaggi.

Per chi ha analizzato questi documenti è evidente “una feroce e premeditata azione di pestaggio ai danni di persona in stato di fermo, in custodia ad agenti di Ps, inerme, indifesa e che non oppone alcun genere di resistenza”. Alcuni indizi portano anche a sostenere l’ipotesi della premeditazione: il fatto che quasi tutti i “cacciatori” indossassero accessori fuori ordinanza (caschi, occhiali da sole, da moto o da sci, foulard) e avessero tolto le mostrine per “non rendersi riconoscibili da successive eventuali immagini-riprese all’atto del compimento di azioni illegali”. Ma c’è anche l’uso di armi improprie, bastoni, manici di piccone e sassi, oltre all’uso del manganello impugnato al contrario, così che la parte più rigida, l’impugnatura, sia usata per colpire.

Come prove aggiuntive i militanti portano anche “numerosi rapporti investigativi delle stesse forze dell’ordine”, relazioni di polizia “compatibili coi fatti qui descritti”, ma anche i referti medici e le denunce dei manifestanti.

Rizzo ha chiesto quindi di “smetterla con la giustizia a senso unico”, mentre Perino ha denunciato “accuse decontestualizzate” ai No Tav. Per lui le violenze degli arrestati sono “una reazione a questi gravi fatti”. Ha anche fatto un appello perché i fatti descritti nel dossier “siano perseguiti con almeno altrettanta fermezza di quella con cui sono stati perseguiti i presunti reati commessi” dai militanti, perché “sono i rappresentanti delle forze dell’ordine, molto più di noi a poter reiterare il reato”.

Nel giro di poche ore il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, oggetto di critiche spesso violente, ha dato loro una prima risposta: “I No Tav sbagliano. La magistratura lo ha detto ripetutamente e lo ribadisce: indaga su tutto. Certo è che molte volte vengono convocati denunzianti o presunte vittime e questi non si presentano. Questo non facilita le indagini”. Il riferimento è probabilmente a un fatto accaduto qualche settimana fa al Tribunale di Torino nel processo per gli scontri del G8 dei rettori il 19 maggio 2010. Una testimone della difesa che non aveva denunciato le lesioni subite da un poliziotto perché sfiduciata dalla giustizia ha suscitato l’indignazione del pm, il quale ha sottolineato che non è possibile punire gli agenti responsabili se non vengono denunciati i loro eccessi.