“Mi fanno male i capelli”. La battuta di Monica Vitti in Deserto rosso (1964) è rimasta celebre per almeno un ventennio, proprio quando Michelangelo Antonioni era diventato il cantore del disagio esistenziale dell’Italia del boom. Dietro di lui, nell’ombra delle sacre scritture, dove i film si creano ancora prima di essere prodotti e girati, c’era Tonino Guerra.

Perché Guerra, morto a 92 anni questa mattina a Sant’Arcangelo, città in cui era nato e in cui era voluto tornare visto l’aggravarsi delle sue condizioni di salute nelle ultime settimane, dopo la parentesi di poeta dialettale in terra di Romagna finita la seconda guerra mondiale (Guerra era stato deportato nel campo di concentramento di Tresdorf), era già artista del gruppo da “dolce vita” romana sin dalla fine degli anni cinquanta. Da lì il sodalizio monumentale con un altro emiliano romagnolo, Michelangelo Antonioni, che lo vuole con lui a costruire il cinema dell’incomunicabilità.

Eccolo allora a scrivere, per e con il regista ferrarese, L’avventura (con Elio Bartolini) – 1960; La notte (con Flaiano) – ’61; L’eclissi – ’62; e infine il capolavoro Deserto rosso (1964) girato a Ravenna  in un’atmosfera irreale e metafisica, con queste impennate di dialogo sopra le righe, perfette per la dimensione “alienata” del personaggio principale, una Vitti depressa e asfittica, voluta così da Antonioni.

La coppia Guerra-Antonioni si ferma per qualche anno e il nostro trova terreno fertile, con questa sua verve surreale e fantastica, con altri folli geniacci del cinema italiano che bazzicano Cinecittà. Perfetto il copione che offre (c’è ancora Flaiano con lui) a Elio Petri per La decima vittima (1965), una commedia “fantascientifica” ingiustamente dimenticata con un Mastroianni imparruccato di biondo. Ancor più straordinario Blow up (1968) capolavoro, e penultima collaborazione di Antonioni con Guerra, qui insieme sotto il motto de “la realtà ci sfugge, perché muta continuamente”.

Immortale, anche se per molti spettatori ridicola, sul finire del film la partita a tennis tra mimi, senza pallina e racchette che, proprio per questa impossibilità nell’essere ritratta dall’occhio umano, tanto meno dal fotografo protagonista del film che crede di aver visto un omicidio e lo cerca per tutto il film sulla pellicola che aveva impresso, metaforizza la condizione del cineasta cresciuto a neorealismo ora di fronte al mare magnum di un cinema che va oltre la materialità stringente del dato reale registrato dalla macchina da presa.

Guerra continua a lavorare con De Sica,  Lattuada e Indovina, ma è con Amarcord di Federico Fellini (1973) che viene consacrato lo sceneggiatore d’oro del cinema italiano. Nel 1975 è premio Oscar come miglior film straniero e soprattutto è il film che accoppia i due romagnoli che in tutti questi anni di vicinanza non avevano ancora lavorato insieme e che si ritrovano soprattutto a raccontare le proprie radici popolari (la poesia sui “mattoni” è il tipico Guerra touch). Il ricordo d’infanzia e di giovinezza deformato istrionicamente dalla fantasia della poesia, e con Fellini del cinema, si fa linguaggio mondiale, comprensibile ad ogni latitudine, tanto che il film diventa tra i più conosciuti dall’Asia alle Americhe.

Il successo genera una pausa risolutrice, tanto che Guerra torna a lavorare nei primi anni ottanta portando con sé un’idea di sperimentazione e di surrealismo nel linguaggio tanto che non saranno mai la linearità dei dialoghi e il logico dipanarsi di una trama gli elementi chiave della sua scrittura per il cinema. Quanto la sua capacità di servire script pronti per essere innestati  alla visionarietà di singoli registi: qui fecondo diventa il rapporto con il greco Theo Angelopoulos (Il volo, ’86; Il passo sospeso della cicogna, ’91).

Infine il buen ritiro nella natia Romagna da almeno un decennio in mezzo alle sue creazioni artistiche disseminate a Pennabilli,  eccetto per le frequenti puntate a Mosca dove insegnava sceneggiatura. A noi piace ricordarlo comunque con quella grande vitalità ed istrionismo con cui si era presentato due anni fa a Bologna in una Piazza Maggiore gremita per la proiezione di Amarcord e ancora straordinariamente giovane in una recente intervista rilasciata al fattoquotidiano.it dove ci disse: “A 91 anni guardo ancora avanti”.