Stiamo bene nella rete. Se sappiamo comportarci adeguatamente online e ridere di noi. Chi ha dimestichezza con internet non interpreti “Come pesci nella rete” (Armando Editore) di Marika Borrelli e Januaria Piromallo alla stregua di un saggio serioso. Si tratta, semmai, di un manuale di sopravvivenza e di comportamento per internauti del mondo online e dei social media.

Raccontato da autrici appassionate di società e di costume, il libro descrive le relazioni che si intrecciano scrivendo un blog, aggiornando una pagina di Facebook, postando compulsivamente cinguettii di 140 caratteri. Un saggio semi-serio per chiunque, per apocalittici e per integrati, per born digital e per imbranati, per baby-boomers e pantere grigie, dove si parla anche di un programma di Intel, ad esempio, chiamato “The museum of me”, che raccoglie alcune informazioni statistiche dal nostro profilo su Facebook e le trasforma in un video di un paio di minuti. Che consente di scoprire le cinque persone con le quali interagiamo di più sulla piattaforma, il numero di ‘mi piace’ dei nostri amici, le nostre foto più viste e le parole più frequenti dei nostri post. Per farci diventare spettatori di noi stessi. Nel libro anche sei capitoli, scritti come se fossero dei ‘post,’ per spiegare il fenomeno delle rivolte nazionali del nord Africa e il cambiamento del mondo del lavoro attraverso l’uso dei social media.

Il volume, però, è anche una raccolta ironica e divertente di manie, vizi e ‘fissazioni’ (degli italiani, ma non solo) che le autrici hanno cercato in rete. Un autore del David Letterman Show per esempio, “ha creato CelebriGum: un blog in cui posta le foto scattate da un’unica prospettiva: una finestra del corridoio dello studio dove lavora, sulla cui vetrata è spiaccicato un chewing-gum masticato, lasciato lì molto tempo addietro da qualche scostumato. Assieme al chewing-gum ormai secco vengono fotografate tutte le celebrità e i VIPs che partecipano allo Show. In un blog, anche un reperto di immondizia riesce a diventare famoso”.

Qualche numero sul fenomeno della nostra “dipendenza”: il massimo di attività sul social network più diffuso al mondo viene raggiunto il mercoledì alle tre del pomeriggio. Altri picchi, di minore intensità si rilevano alle 11 del mattino e alle 20 della sera, dopo le quali c’è un vero e proprio crollo. Il significato della statistica è che chi usa Facebook, lo fa quando lavora. Quindi, per assurdo, chi non lavora con Facebook o per Facebook, allora è un perditempo. Oppure, secondo la tesi del libro, e come scrive nella prefazione Maria Luisa Agnese, siamo in una gabbia. Ma il Truman Show insegna: sapere di essere in gabbia è già qualcosa.

di Eleonora Lavaggi