In Italia i partiti possono riscuotere rimborsi elettorali gonfiati rispetto alle spese effettivamente sostenute, certi di un sistema di controlli inefficace. Lo scandalo che ha travolto Luigi Lusi, già tesoriere della Margherita e oggi senatore del Pd, ha acceso i riflettori sull’opacità delle nostre formazioni politiche, visto che è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro e di averli ‘girati’ indebitamente sui suoi conti. Ma se in Italia il sistema di verifica dei rendiconti è di fatto inadeguato, in Europa i partiti sono tenuti alla trasparenza di finanziamenti e patrimoni. E chi occulta o sbaglia, paga.

FRANCIA – I partiti in Francia che incassano contributi annuali e rimborsi elettorali, per ottenere i fondi devono raggiungere l’1% dei voti presentandosi in almeno 50 circoscrizioni. Il sussidio annuale è soggetto a un tetto massimo di 80 milioni di euro e il limite della spesa è fissato a 38mila euro per candidato, a differenza dei 52mila in Italia. Anche il rimborso si suddivide in effettivo, che compensa le spese elettorali per i candidati che hanno superato il 5% dei voti e avviene dopo il deposito dei conti delle campagne, e forfettario, che in nessun caso può superare le spese effettive. Obbligatoria la contabilità che riguarda sia il rendiconto del partito, che quelli degli enti e delle società partecipate, da sottoporre a due revisori dei conti e in seguito depositati presso la “Commission nationale des comptes de campagne et des financements politiques”. In caso di violazione della legge, il partito può perdere il diritto al finanziamento per l’esercizio successivo e sono previsti sanzioni, sia elettorali che penali e pecuniarie, per i candidati. Se infatti la Commissione accerta il superamento dei limiti di spesa, sarà lo stesso politico a compensare la differenza con la somma rimborsabile per legge. “La Francia – spiega Paolo Bracalini, autore di ‘Partiti S.p.a’ – punisce per davvero chi sgarra. Dal 2003 a oggi infatti i partiti hanno preso solo 73,7 milioni di finanziamenti pubblici sugli 80 disponibili”. E i restanti 7? “Non sono stati assegnati per mancata applicazione della normativa sulle quote rosa. Che esiste anche in Italia, sebbene in pochi la rispettino”.

GERMANIA – Controlli ferrei anche in Germania, dove i partiti si finanziano con i rimborsi elettorali e le somme elargite dalle fondazioni di partito, su cui lo Stato impone l’obbligo di rendicontazione. Il tetto massimo del sussidio statale è fissato a 133 milioni di euro e i rimborsi elettorali corrispondono a 0,85 euro per ogni voto valido, che scende a 0,70 dopo i 4 milioni, e 0,38 per ogni euro ricevuto tramite donazioni e quote degli iscritti. Anche le Fondazioni dei partiti ricevono finanziamenti globali e a progetto, rispettivamente 95 e 233 milioni nel 2011. L’attuale legge elettorale tedesca (Gesetz über die politischen Parteien – Parteiengesetz) del 31 gennaio 1994 è stata formulata in seguito al rilevamento di incostituzionalità sul quale è intervenuto il Tribunale. Dal 1966 infatti ai partiti potevano finanziarsi solo tramite rimborsi elettorali, norma che aveva portato a un aumento incontrollabile dei costi della politica. Il Tribunale dunque sanzionò il contributo pubblico perché ormai trasformato di fatto in finanziamento in via continuativa, oltre alle importanti deduzioni fiscali sulle donazioni ai partiti e alla ripartizione dei contributi a prescindere dal seguito elettorale. Oggi per avere accesso ai contributi è necessario ottenere come lista almeno lo 0,5% dei voti validi per le elezioni europee e del Bundestag, o l’1% per le elezioni dei Parlamenti dei Länder. Il rendiconto deve essere esaminato da un revisore dei conti o da una società di revisione e dal 2004 lo Stato reso obbligatori la doppia contabilità e l’adeguamento del limite assoluto del finanziamento pubblico dei partiti. Inoltre chi viola la normativa, revisori inclusi, rischia la detenzione fino a tre anni, o cinque se l’errore è stato commesso dietro compenso per favorire o danneggiare un terzo soggetto. Una regolamentazione dettagliata e restrittiva riguarda anche le donazioni che, ad esempio, non possono provenire dall’estero o, se anonime, superare i mille euro. Nel caso poi in cui non venissero rendicontate, il partito perde il diritto ai contributi pubblici per una somma pari al doppio della somma ottenuta in modo illegittimo.

GRAN BRETAGNA – Controlli severi anche nel Regno Unito, dove il finanziamento statale interessa soltanto i partiti di opposizione, ‘svantaggiati’ poiché non al governo. Rivestono invece un ruolo importante i sussidi privati che possono essere erogati da persone fisiche e imprese e sono resi pubblici attraverso un registro controllato dalla ‘Electoral Commission’, un organismo indipendente di vigilanza, e che per la campagna elettorale del 2010 ammontavano a 26,3 milioni di sterline (contro il 7,8 elargito dallo Stato). L’attuale normativa inoltre, oltre a rendere pubblici tutti i finanziamenti sul registro pubblico disposto dalla Electoral Commission, impone obblighi vincolanti sul controllo e la trasparenza dei rendiconti dei candidati, tenuti a designare un agente elettorale responsabile di depositare il rendiconto finanziario alla Commissione entro 35 giorni dalla proclamazione del risultato.

SPAGNA – Obblighi contabili anche per i partiti spagnoli, che ricevono finanziamenti pubblici ordinari per la loro attività, rimborsi elettorali e contributi elargiti dalle Comunità Autonome. Un partito ha diritto al sussidio statale se ha almeno un eletto in Parlamento e la somma è ripartita per 2/3 in base ai voti ottenuti, e 1/3 sulla base dei seggi vinti per un totale di 86,5 milioni nel 2011. Per quanto riguarda invece i rimborsi elettorali sono suddivisi in base al numero di seggi vinti e ai voti conquistati, e l’anno scorso ammontavano a 44,5 milioni di euro. Molto severa anche la disciplina sul controllo della gestione: le formazioni politiche devono infatti tenere registri contabili dettagliati sulla situazione finanziaria e patrimoniale sui quali si pronuncia la Corte dei Conti, che può irrogare sanzioni pecuniarie nel caso di donazioni ‘fuori legge’, “comminando una multa – aggiunge Bracalini – fino a un importo pari al doppio del contributo ricevuto illegalmente, che sarà dedotta dal successivo conferimento della sovvenzione annuale al partito”. E nel caso in cui un partito “non presenti, senza giustificazioni, i conti corrispondenti all’ultimo esercizio annuale o se essi siano incompleti, la Corte può proporre che al partito stesso non siano assegnati i contributi annuali a cui esso avrebbe diritto”.

Insomma, in Europa la politica che sbaglia, paga. Ma in Italia no. E’ davvero così? “Sì – osserva Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università Bocconi-, anche perché i partiti in Italia sono soggetti di carattere privato, in buona parte liberi di gestire i denari che ricevono. La Corte dei Conti, come accade in altri paesi, sarebbe l’organo più idoneo per garantire la trasparenza dei patrimoni”. Inoltre, aggiunge, “la nostra legge è il frutto di una serie di imprecisioni e inganni che iniziano con il referendum del 1993, tradito dalla reintroduzione dei contributi sotto forma di rimborsi elettorali”. Una situazione che si aggravata negli anni “visto che oggi questi contributi non sono più dati sulla base di giustificativi ma su base forfettaria e i partiti ricevono l’erogazione anche in caso di scioglimento anticipato, cumulando così tesoretti molto consistenti”. Come i 13 milioni per i quali è indagato l’ex tesoriere della Margherita.