“Basta divisioni” ha detto Pier Luigi Bersani una settimana fa. L’invito del leader del Pd però sembra essere rimasto inascoltato perché le falle interne ai dirigenti del partito si allargano ogni giorno di più. Non è solo il tema del lavoro a creare fratture, anche il congresso dei Giovani democratici rischia di diventare una miccia esplosiva. Lo scontro interno all’organizzazione giovanile peraltro è tutto tra bersaniani, con il segretario uscente, Fausto Raciti, appoggiato dall’ala dalemiana del movimento, che in queste ore sta facendo di tutto per tagliare fuori dalla corsa lo sfidante Brando Benifei, anche lui vicino al numero uno dei democratici e fino a pochi giorni fa responsabile Esteri dei Gd.

Fin dal loro insediamento, nel dicembre 2008, i vertici del movimento giovanile (tanto Raciti quanto Benifei) hanno lavorato per un congresso che restringesse il più possibile la platea elettorale: già a maggio 2009 hanno smantellato le primarie senza troppo clamore, approvando uno statuto che riabilitava il congresso vecchia maniera, valido solo per gli iscritti, con un numero più ristretto di votanti e quindi molto più facile da gestire. Eppure i big del partito hanno sempre sostenuto le primarie come metodo di selezione degli organismi dirigenti: prima Veltroni, poi, anche se con molto meno entusiasmo, Bersani. Le primarie nel documento dei “giovani” sono una parola tabù, non vengono neanche menzionate. Si parla solo e soltanto di congresso. Ogni tre anni, si legge, “l’esecutivo in carica convoca la direzione nazionale per proporre regolamento congressuale e modalità di svolgimento del congresso”. La posta in gioco d’altronde è alta: chi vince avrà quasi sicuramente un seggio alla Camera alle prossime elezioni del 2013.

Ecco perché il 13 dicembre scorso la direzione ha approvato all’unanimità un regolamento blindato che prevede due scenari. Il primo imposta la “base della discussione del congresso – si legge all’articolo 4 – su un documento politico per tesi proposto dal segretario e dall’esecutivo”. Si tratta del cosiddetto “congresso a tesi”, modello vecchio Pds, ovvero un documento unico presentato dall’esecutivo uscente (quindi dallo stesso Raciti) che può poi essere emendato dai vari livelli territoriali, fino alla platea nazionale. In poche parole con questo metodo i tesserati dei vari circoli hanno la possibilità di scegliere solo i delegati, i quali andranno poi a far parte di assemblee che avranno il compito di nominare i nuovi vertici. Nessuna elezione diretta quindi, con tutto il tempo per i capicorrente di organizzarsi e spartirsi le poltrone.

Il secondo scenario invece è la classica conta per mozioni, in cui gli iscritti votano direttamente i candidati segretari. Le regole però non sono state fatte per incoraggiare eventuali competitors, visto che chiunque avesse voluto presentare una mozione alternativa avrebbe dovuto raccogliere in soli tre giorni (“dal 20 al 23 dicembre”) “le firme del 33% della direzione”. La stessa direzione che ha approvato all’unanimità il regolamento blindato.

Con queste regole la rielezione di Raciti sembrava scontata. Invece è arrivato il colpo di scena: uno sfidante c’è. Benifei appunto, che raccoglie le firme necessarie ma viene estromesso subito dalla competizione. Perché? Perché ha presentato la sua mozione con cinque giorni di ritardo. “Anche Raciti però ha presentato le sue tesi oltre i termini, il 21 dicembre anziché il 20 – obbietta il candidato escluso -. Le regole devono essere uguali per tutti. E poi è importante che il segretario sia scelto dalle decine di migliaia di iscritti dei Gd piuttosto che da qualche centinaio di delegati”. Da regolamento, il segretario uscente avrebbe dovuto rendere pubbliche le tesi il 20 dicembre, invece sono state pubblicate online solo il 21. Il primo ricorso Benifei lo ha presentato alla Commissione di garanzia della giovanile e dopo il parere negativo di quest’ultima (con molte ombre sulle modalità della decisione: i commissari hanno deciso a maggioranza e sono stati contattati via mail e telefono, senza una vera e propria riunione finale) l’aspirante segretario ha deciso di interpellare la Commissione di garanzia nazionale del Partito, che prenderà una decisione domani. Il presidente dell’organismo, Luigi Berlinguer, al momento non vuole sbilanciarsi. “Valuteremo il caso con attenzione – dice a ilfattoquotidiano.it – ma prima del 12 non possiamo dare nessun orientamento, neanche per quanto riguarda la competenza”.

Il problema è proprio questo: se la Commissione dovesse dichiararsi incompetente il fascicolo arriverebbe direttamente sulla scrivania di Bersani e del suo responsabile organizzazione Nico Stumpo. Il rischio è che l’organizzazione giovanile venga commissariata e che le beghe congressuali degli under 30 diventino una grana nazionale. A quel punto molti big del partito potrebbero chiedere un intervento deciso del segretario, a partire da Veltroni e Franceschini che non hanno mai digerito la cancellazione delle primarie. I franceschiniani, che nella giovanile hanno una corrente di peso, sono marcatamente a favore della pluralità di candidature. Un dirigente molto vicino al capogruppo alla Camera ricorda di quando “nel 2009 aiutammo noi Parisi a raccogliere le firme per candidarsi in assemblea contro Franceschini”. Più tiepidi i veltroniani, a cui la restaurazione del congresso non è mai andata giù. “A noi le questioni burocratiche interessano poco”, spiega Walter Verini, braccio destro dell’ex ledaer, “di certo è inconcepibile che un’organizzazione di giovani che si definiscono democratici non si apra alle nuove generazioni con le primarie”.

(l’autore dell’articolo, giornalista e blogger del nostro sito, fu eletto nel 2007 – a soli 16 anni – nei Giovani democratici)