“God save the Queen”, e lasci la Gran Bretagna nell’Unione europea. Una lettera firmata da venti dei più importanti imprenditori britannici e indirizzata al Daily Telegraph chiede esplicitamente al Governo di fare il possibile per mantenere il Paese “in the hearth of Europe”, come diceva Tony Blair. E questo non per altruismo, ma perché “ne dipendono almeno 3 milioni di posti di lavoro”. Un argomento che in tempo di disoccupazione galoppante ha senza dubbio la sua presa.

“Dati del governo stimano che tre milioni di posti di lavoro dipendono dalle esportazioni verso i nostri partner europei”, si legge nella lettera. “Le istituzioni europee, dalla Commissione europea alla Corte di Giustizia, esistono principalmente per salvaguardare il mercato unico”, continua la missiva, “proprio questo fatto deve essere il punto saldo del nostro nuovo impegno con l’Europa”. “È nell’interesse della Gran Bretagna che l’euro sopravviva. Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per garantire che questo avvenga”. Proprio il mercato unico, secondo i firmatari della lettera, “costituisce oltre la metà del nostro commercio, perciò dobbiamo farne ancora più parte ed allargarne i confini, stimolando le riforme nei servizi, telecomunicazioni, informatica ed energia”.

Insomma un approccio che ha poco del solidale nei confronti di un’Europa finanziariamente malata ma molto del pragmatico, tenendo a mente proprio gli interessi britannici. Sta di fatto che il messaggio è chiaro: se la Gran Bretagna finisce ai margini dell’Unione europea, o peggio ancora ne dovesse uscire (possibilità che non è tuttavia sul tavolo), a pagarne le conseguenze sarebbero gli stessi sudditi di sua Maestà.

Allarme che acquista consistenza a guardare le firme della lettera stessa, tra cui Sir Richard Branson, il tycoon della Virgin, Sir Mike Rake, presidente di British Telecom, Sir Martin Sorrell, capo esecutivo del gruppo pubblicitario WPP e Lord Kerr, vice presidente dell’olandese Shell. Insomma dei veri e propri pezzi grossi dell’imprenditoria britannica, che non hanno sicuramente né tempo da perdere che voglia di scherzare. E non è nemmeno a caso che la lettera sia stata consegnata al Daily Telegraph, non il quotidiano principale del Paese ma di sicuro tra i più euroscettici.

Ma Cameron, nonostante i vari strappi nei confronti di Bruxelles, non ha di sicuro voglia di rinunciare al mercato unico. Uscendo dal burrascoso summit dei capi di Stato e di Governo del 9 dicembre scorso aveva detto: “Non siamo nella moneta unica e non vogliamo essere nella moneta unica, non siamo all’interno degli accordi Schengen e sono felice di questo. Ma il cuore della nostra relazione, il mercato unico, il commercio, gli investimenti, la crescita e i posti di lavoro, resta come prima”. Ma sarebbe troppo bello per Londra se tutto dipendesse dalla volontà di Downing Street. Lo stesso Mario Monti, in conferenza stampa dopo il summit del 9 dicembre, non ha escluso un “ridimensionamento” della Gran Bretagna nel decision making dell’Ue nel corso dei prossimi mesi. Possibilità ribadita dal presidente francese Nicolas Sarkozy che in una recente lunga intervista a Le Monde ha parlato di “due Europe”.

Il rischio di essere messi all’angolo in Europa, infatti, è concreto, e la stressa Londra ne è ben conscia. Timothy Garton Ash, storico e professore di studi europei all’università di Oxford ha scritto sul Guardian di temere la ripetizione dello stesso errore degli anni Cinquanta, quando la Gran Bretagna decise volontariamente di non entrare a far parte della nascente Unione europea autoescludendosi dalla cabina di regia che ne disegnò la futura architettura di cui faceva parte anche l’Italia. Un “errore storico” che Londra rischia di correre ancora oggi con il rifiuto di partecipare alla revisione dei trattati Ue nonché di metterci del suo nel nuovo finanziamento da 200 miliardi di euro al Fmi.

Ciononostante, secondo il leader dell’euroscettico UK Independence Party ed eurodeputato Nigel Farage – che sta vivendo un inaspettato momento di auge nel jet set della politica britannica – la lettera scritta dai maggiori imprenditori del Paese sarebbe “una mossa piuttosto disperata” e “chi l’ha scritta farebbe meglio ad informarsi meglio”. Secondo il vulcanico Farage “ci sono molti Paesi non Ue che commerciano felicemente con l’Europa, come Cina Stati Uniti, Svizzera e Norvegia”. Impossibile dargli torto, tuttavia questi Paesi non se ne sono andati sbattendo la porta nel momento del bisogno.