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Alle elezioni in Brasile sarà ancora Lula vs Bolsonaro (junior): ma il Paese non è più quello del 2022

Il 4 ottobre si elegge il presidente, si rinnovano la Camera, due terzi del Senato, governatori e assemblee statali. Chiunque vincerà dovrà confrontarsi con un Congresso frammentato
Alle elezioni in Brasile sarà ancora Lula vs Bolsonaro (junior): ma il Paese non è più quello del 2022
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Jair Bolsonaro non sarà sulla scheda elettorale domenica 4 ottobre. Condannato a 27 anni e tre mesi per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta del 2022 e oggi agli arresti domiciliari per ragioni di salute, l’ex presidente non può candidarsi. Eppure, quattro anni dopo, il Brasile si ritrova ancora una volta davanti agli stessi due nomi: Lula e Bolsonaro. Solo che questa volta il Bolsonaro è Flávio, 45 anni, senatore di Rio de Janeiro, figlio maggiore dell’ex presidente e, particolare interessante per chi osserva queste elezioni dall’Italia, anche cittadino italiano. Il primo dato politico del voto brasiliano è quindi evidente prima ancora dell’apertura delle urne: il bolsonarismo non è morto con la condanna del suo fondatore. Al contrario, queste elezioni rappresentano il primo vero esperimento sulla possibilità di trasformarlo da movimento costruito intorno alla leadership di Jair in una forza politica capace di sopravvivergli e persino di trasmettersi all’interno della famiglia.

I sondaggi mostrano quanto questa possibilità sia concreta. L’ultimo Datafolha assegna a Luiz Inácio Lula da Silva il 45% dei voti validi e a Flávio Bolsonaro il 40%; in un eventuale ballottaggio del 25 ottobre, Lula è al 48% e Bolsonaro al 45%, una distanza compresa nel margine d’errore. Ma più che tentare di prevedere chi vincerà, è interessante osservare quanto il Brasile del 2026 continui a riprodurre le fratture del 2022. Lula conserva il proprio vantaggio nel Nordeste, tra le fasce con redditi più bassi, tra donne e popolazione afrodiscendente. Flávio è più forte nel Sud, tra i redditi più elevati e nell’elettorato evangelico. Dietro i due candidati si confrontano così due coalizioni sociali e culturali che raccontano esperienze molto diverse dello stesso Paese. Da una parte sopravvive la memoria del lulismo, della Bolsa Família, della riduzione della povertà e dell’ascesa sociale di milioni di brasiliani; dall’altra il bolsonarismo ha ormai sedimentato un’identità che tiene insieme antipetismo, conservatorismo morale, domanda di sicurezza, settori dell’agrobusiness e dell’imprenditoria e un potente ecosistema politico-digitale.

La religione rende questa divisione ancora più evidente. Datafolha attribuisce a Lula il 50% tra i cattolici, contro il 32% di Flávio Bolsonaro; tra gli evangelici il rapporto si capovolge, con Bolsonaro al 52% e Lula al 26%. Non significa che esistano due comunità religiose politicamente omogenee, ma mostra quanto una parte dell’universo evangelico sia diventata uno dei pilastri del bolsonarismo. Famiglia, aborto, sessualità, scuola, sicurezza e anticomunismo hanno progressivamente trasformato il linguaggio religioso in linguaggio politico. Non sorprende allora che proprio la fede sia entrata con forza nelle ultime settimane di campagna: Flávio ha promesso simbolicamente di “consacrare il Brasile a Gesù Cristo”, mentre una falsa notizia secondo cui avrebbe voluto eliminare il titolo di patrona del Paese attribuito a Nossa Senhora Aparecida ha alimentato una contrapposizione tra evangelici e cattolici. Che una fake news sulla Vergine nera di Nossa Senhora Aparecida possa diventare materia elettorale dice molto di un Brasile nel quale fede, razza, identità e politica continuano profondamente a intrecciarsi.

Ma queste elezioni non si giocano soltanto dentro i confini brasiliani. Il bolsonarismo mantiene una forte prossimità politica con l’universo trumpiano e nelle ultime settimane il PT ha chiesto alle autorità di indagare su una possibile interferenza straniera, indicando tra gli elementi da verificare anche presunti rapporti con ambienti statunitensi vicini al vicepresidente JD Vance. Quasi contemporaneamente, a pochi giorni dal voto, Meta ha temporaneamente disattivato le pagine Facebook e Instagram di Lula e limitato l’account utilizzato dalla sua campagna per acquistare pubblicità. Non esistono elementi per collegare i due episodi, ma la vicenda pone una questione più ampia: quanto possono essere pienamente nazionali delle elezioni quando una parte decisiva dello spazio pubblico nel quale si svolgono appartiene a multinazionali straniere?

Dall’altra parte c’è Lula, ottant’anni, alla ricerca di un quarto mandato e ancora capace di concentrare intorno alla propria figura una parte enorme della sinistra e dei settori popolari brasiliani. Ma il Brasile del 2026 non è quello della sua prima vittoria nel 2002 e nemmeno quello che lo riportò al Planalto nel 2022. Domenica, inoltre, non si elegge soltanto il presidente: si rinnovano la Camera, due terzi del Senato, governatori e assemblee statali. Chiunque vincerà dovrà confrontarsi con un Congresso frammentato e con il peso del Centrão: quella costellazione pragmatica di partiti che da anni costituisce una delle infrastrutture reali del potere brasiliano.

E il voto arriva mentre l’America Latina attraversa una nuova avanzata delle destre, caratterizzate in diversi Paesi da un forte discorso securitario, da crescenti convergenze con la tecno-oligarchia statunitense e da un avvicinamento politico e strategico a Israele. Dall’Argentina di Milei al Cile di Kast, passando per l’Ecuador di Noboa o la Colombia di De la Espriella, la geografia politica regionale è molto diversa da quella che pochi anni fa aveva fatto parlare di una nuova “Marea Rosa”. Con il Messico di Claudia Sheinbaum come altro grande governo progressista della regione, il Brasile rappresenta uno dei principali contrappesi a questa trasformazione. Domenica, dunque, non si decide soltanto chi governerà la maggiore potenza sudamericana: cambiare il colore politico di Brasilia significherebbe modificare inevitabilmente anche gli equilibri regionali.

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