L'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti

“Perché nascondere ai cittadini che siamo di fronte ad un tentativo di destabilizzazione dell’istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata, la verità. Io me ne assumo tutta la responsabilità”.

A parlare di un piano di destabilizzazione davanti la Commissioni Affari Costituzionali del Senato è l’allora Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. E’ solo il 20 marzo del 1992. Dall’omicidio di Salvo Lima sono trascorsi appena 8 giorni. Le stragi di Capaci e di via d’Amelio sono lontane mesi. Eppure il responsabile del Viminale lancia già un allarme concreto di fronte la commissione parlamentare. Un allarme circostanziato e diretto, che sembra dipingere in anteprima gli scenari di terrore che si creeranno a breve.

L’allarme di Scotti però viene totalmente ignorato dalle istituzioni. E’ proprio per chiarire questa circostanza che il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo hanno chiesto di sentire l’ex ministro dell’Interno nel processo in corso a Palermo per il mancato arresto di Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso: imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra sono il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Nelle ultime udienze il procedimento si è intrecciato con l’inchiesta – attualmente in corso – sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. E proprio durante le indagini sul presunto patto tra lo mafia e parte delle istituzioni gli inquirenti hanno recuperato quell’audizione di Scotti, passata all’epoca sotto silenzio, facendo trascrivere dai funzionari della Dia direttamente la registrazione fonica di Radio Radicale.

Quel giorno di fronte la commissione parlamentare Scotti è un fiume in piena. “Io ritengo che l’allarme sia stato giustamente lanciato – disse – e me ne assumo tutto la responsabilità e ritengo che l’opinione pubblica debba conoscere le cose così come sono”. Quattro giorni prima dell’udienza davanti la commissione infatti, l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi scriveva in una nota riservata che secondo una fonte confidenziale “sono state rivolte minacce di morte contro il signor presidente del Consiglio (Giulio Andreotti, ndr) e ministri Vizzini e Mannino…per marzo – luglio campagna terroristica contro esponenti Dc, Psi et Pds … Strategia comprendente anche episodi stragisti”.

L’INTERVENTO DI SCOTTI IN PARLAMENTO: I BRANI SALIENTI

E’ proprio per questo che Scotti, in relazione alla nota riservata, si rivolge ai parlamentari sottolineando che “dopo aver controllato ho fatto partire la circolare e ne sono pienamente responsabile. Non potevo (non farlo) dopo i delitti intervenuti, non potevo nel modo più assoluto non portare immediatamente a conoscenza di tutti gli operatori di polizia la gravità dell’informativa”.

Evidentemente però il responsabile del Viminale fu tacciato di allarmismo e ignorato. Ma gli avvenimenti successivi gli daranno ragione. “Da questa trascrizioni –ha spiegato alla corte il pm Di Matteo- ci si potrà rendere conto come l’allarme successivo all’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima su eventuali attentati preparati dalla criminalità organizzata nei confronti di altri politici non fosse stato accolto”. L’accusa ha citato come teste anche l’ex direttore del Dap Sebastiano Ardita, che sarà ascoltato il prossimo 23 dicembre.

Di contro la difesa di Mori e Obinu – rappresentata dagli avvocati Basilio Milio ed Enzo Musco – ha chiesto di sentire diversi personaggi di spicco della prima repubblica per ricostruire le dinamiche politiche di quegli anni. Tra questi l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’ex premier Giuliano Amato, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, l’ex comandante generale dell’Arma Nicola Viesti, l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e monsignor Fabio Fabbri, ex vice capo cappellano nelle carceri.

Scotti – sentito proprio pochi giorni fa dagli inquirenti nell’ambito delle indagini sulla trattativa – sarà chiamato in aula anche per chiarire da che cosa possa dipendere il mancato rinnovo della sua nomina a Ministro dell’Interno alla fine del giugno 1992. A marzo chiuse la sua relazione davanti la commissione affari costituzionali con parole amare. “Siamo in un paese di misteri – disse -e io non intendo gestire il Ministero degli Interni con una condizione di silenzio e di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno. Non voglio che nessuno dei miei successori non trovi elementi all’interno della mia condotta e delle mie decisioni”.

E nonostante i suoi moniti di allarme per le istituzioni democratiche si fossero manifestati già il 23 maggio ’92 nella strage di Capaci, a fine giugno – tre mesi dopo la relazione alla commissione affari costituzionali – l’allora premier Giuliano Amato lo spostò a sorpresa al Ministero degli Esteri preferendogli Nicola Mancino come responsabile del Viminale. E per altri vent’anni l’opinione pubblica rimarrà nell’oscurità riguardo i piani di destabilizzazione che sarebbero alla base delle stragi del 92- 93.