In fatto di intercettazioni telefoniche, il “segreto di giustizia” non può prevalere sul diritto d’informazione, afferma Niccolò Ghedini. O meglio, lo afferma l’avvocato Niccolò Ghedini, perché l’onorevole Niccolò Ghedini sostiene l’esatto contrario, e da anni preme perché le intercettazioni siano sottoposate a una legge molto restrittiva, con pene severe per i giornalisti che le pubblicano.

Ma al Tribunale di Milano, Ghedini si è trovato a occuparsi di un’intercettazione un po’ particolare, quella tra Piero Fassino e Giuseppe Consorte sul caso Unipol (“Abbiamo una banca?”, chiedeva il segretario dei Ds al presidente del gruppo assicurativo “rosso”), che Il Giornale pubblicò nonostante non fosse stata neppure trascritta dagli investigatori della Guardia di finanza, e men che meno conosciuta dai diretti interessati (il discrimine che, con al legge attuale, rende legittima la pubblicazione di un atto giudiziario). Una vicenda che vede Silvio Berlusconi indagato per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio – insieme al giornalista Gianluigi Nuzzi e all’ex direttore del Giornale Maurizio Belpietro –  perché dopo la pubblicazione emerse che il cd con l’intercettazione fu portato nella residenza di Arcore dall’imprenditore Roberto Raffaelli, che intendeva fare un favore all’allora presidente del consiglio.

Nell’udienza di oggi, il giudice per le indagini preliminari Maria Grazia Domanico avrebbe dovuto decidere sul rinvio a giudizio di Berlusconi, richiesto dal sostituto procuratore Maurizio Romanelli, che in passato si era visto respingere dal gip una richiesta di archiviazione. “E’ cosa assai anomala che la Procura, dopo aver chiesto l’archiviazione, chieda ora il processo, perché di solito in questi casi il pm tiene ferma la richiesta di proscioglimento”, ha affermato Ghedini, legale di Berlusconi insieme a Piero Longo.

Ma ancora più anomala, almeno rispetto a quanto affermato dal Ghedini politico in tutti questi anni, la scelta di depositare agli atti una sentenza della Corte europea di Strasburgo, in tema di diritto all’informazione. Che sancisce, appunto, che anche un segreto di giustizia non può prevalere sul dovere-diritto della stampa di informare per interesse pubblico. “Sentenza – ha affermato Ghedini – che dispone la non punibilità del cronista che pubblica un atto coperto da segreto”.

La sentenza europea è stata emessa il 28 giugno. Riguarda una giornalista portoghese che, in un servizio televisivo del 3 giugno 1999, “annunciava che all’ex direttore generale della polizia giudiziaria veniva contestato il reato di violazione del segreto istruttorio”, mostrando in onda anche l’atto di accusa e un verbale. La Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso della cronista, che era stata incriminata nel suo Paese. I giudici – come riporta la sentenza depositata dalla difesa dell’ex premier – si sono richiamati alla “libertà di espressione”, fondamento essenziale “di una società democratica”. La stampa poi, hanno scritto i giudici di Strasburgo, “svolge un ruolo importante in una società democratica” e “deve informare il pubblico sui procedimenti giudiziari”. L’interesse all’informazione, dunque, secondo i giudici, prevale su quello alla segretezza degli atti istruttori.

E’ lo stesso principio che hanno fatto valere oggi i difensori di Berlusconi. L’intercettazione Fassino-Consorte, infatti, venne pubblicata il 31 dicembre 2005, quando era ancora coperta da segreto, perché esisteva solo come file-audio nei pc della Procura. Solo sue settimane fa, però, in occasione di un’udienza del processo sui diritti Mediaset, Ghedini aveva affermato: “Non c’è nessuna ragione perché la legge sulle intercettazioni non debba andare avanti”, essendo “una legge giusta”. Una “legge giusta” che, nella formulazione uscita dal Senato nel luglio 2010 e poi rimasta impantanata alla Camera, prevede appunto severe limitazioni e sanzioni per giornalisti ed editori che pubblicano verbali e documenti di un’inchiesta giudiziaria in corso.

La decisione del gip sulla sorte di Berlusconi è rimandata al 30 gennaio.