Sono autonomisti, identitari e verdi, ma non chiamateli leghisti. Fino a ieri si sono occupati di lingua milanese, storia locale, ambiente e spiritualità. Oggi hanno deciso di scendere in campo, annunciando la volontà di correre alle prossime elezioni regionali lombarde (nel 2015), poi chissà, anche in Piemonte e in Canton Ticino, nella vicina Svizzera. Il loro nome è Domà Nunch, fino a qualche settimana fa erano solo una piccola ma organizzata associazione politico-culturale, nata nel 2005 dallo stesso humus che ha dato vita alla Lega e al leghismo, proprio nei territori più cari al Carroccio: nelle province dell’Insubria, a cavallo tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino. Il nome in dialetto lombardo significa “solo noi” e prende lo spunto, nemmeno troppo velatamente, dal movimento indipendentista irlandese Sinn Féin (solo noi, appunto). Nella variegata galassia del profondo nord, tra boschi, brughiere e capannoni, non è la prima volta che nascono movimenti ispirati ai principi che ormai trent’anni fa hanno folgorato Umberto Bossi. Evidentemente il terreno deve essere parecchio fertile se accanto alla Lega fioriscono movimenti minori e, almeno in questo caso, più radicali e determinati nelle proprie scelte.

La novità di questi giorni sono le dichiarazioni del leader, il reverendo Lorenzo Banfi, studioso della cultura celto-germanica a capo del movimento spirituale riformato dei Nativi d’Insubria, che si dice pronto a scendere in campo per portare le proprie istanze autonomiste all’ombra della Madonnina “auspicando una presenza anche alle votazioni in Piemonte e, in seguito, anche in Canton Ticino”, prospettando così un movimento transfrontaliero, che si presenta in due Stati con lo stesso simbolo e lo stesso programma.

“D’ora in poi le nostre prese di posizione diventeranno soluzioni, praticabili e immediate – spiega Matteo Colaone, segretario nazionale del partito -. Di sicuro si tratta di una scelta che imporrà di tirare una linea. Da una parte starà chi si vuole impegnare per risolvere al più presto i problemi del nostro territorio; dall’altra parte quelli che invece continueranno ad appoggiare chi questi problemi li genera”.

Domà Nunch però è chiara fin da subito: “Ci presenteremo solo ai livelli locali degli Stati, mentre escludiamo per principio qualsiasi possibilità di sedere ai tavoli di Roma e Berna”. E qui marca le prime grosse differenze con i cugini leghisti che, partiti sotto i migliori auspici, si sono presto accomodati nei palazzi romani, accanto ai “ladroni” capitolini, usando la bandiera del secessionismo solo per ravvivare di tanto in tanto l’elettorato e recuperare la verginità perduta, come sta accadendo in queste settimane.

Inevitabile l’accostamento tra le due esperienze. Una, quella del Dumà Nunch, lucidamente folle, pura e radicale. L’altra, quella della Lega di Bossi, ormai radicata in un sistema politico in cui si è adagiata come tra due comodi guanciali.

E nella Lega, qualcuno percepisce Domà Nunch come un’esperienza che potrebbe attirare qualche simpatia, soprattutto in un momento in cui l’attendibilità del Carroccio nella sua battaglia secessionista è tutta da dimostrare. Insomma, una realtà con cui instaurare un dialogo o, se non altro, un pensiero da non ignorare. Non è di questo avviso il segretario provinciale varesino della Lega Nord, Maurilio Canton, che liquida il tentativo del reverendo Banfi come l’ennesimo fallimento annunciato, proiettato verso risultati da prefisso telefonico. “Non ci interessano i risultati – ribatte Banfi – vogliamo solo portare le nostre idee ad un pubblico più vasto possibile. Non corriamo per le poltrone, ma perché crediamo che la nostra terra abbia bisogno di ritrovare la sua identità”. Perché senza una vera identità il rischio è quello di scomparire, inghiottiti da cemento e divorati dal mercato. Sottinteso: la Lega in tutti questi anni ha fallito in tutti i propri progetti e non è riuscita a ridare un’identità a questo territorio.

di Lorenzo Galeazzi e Alessandro Madron