Il Lingotto potrebbe lasciare l’Italia: parola dell’ad di Fiat e Chrysler Sergio Marchionne, che poco dopo ritratta attraverso un comunicato stampa: ”Il dottor Marchionne non ha mai parlato di lasciare l’Italia”. A Radio 24 l’ad di Fiat, poche ore prima, aveva dichiarato: “Un operaio su dieci vuole condizionare l’andamento dell’azienda. La Fiat – ha proseguito Marchionne – non può essere la vittima di questa minoranza. Non si può investire così, parliamo di miliardi di euro di investimenti, non di aprire un supermercato. Possiamo lasciare l’Italia. Siamo una multinazionale e abbiamo attività in tutto il mondo. Potremmo andare avanti anche senza l’Italia. Chi pensa di poter condizionare la Fiat, si sbaglia alla grande”.

Non è la prima volta che l’ad di Fiat manifesta la possibilità di andare a produrre al di fuori del territorio nazionale: già un anno fa, intervistato a Che Tempo che fa aveva detto: “Senza l’Italia, la Fiat farebbe meglio”. Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha definito “pericolose le dichiarazioni” sulla possibile uscita dell’azienda dall’Italia. “Credo che il governo, le istituzioni e le forze politiche dovrebbero perdere sul serio le dichiarazioni di Marchionne”. Le frasi del numero uno di Fiat arrivano nella giornata in cui si è risolta la questione Termini Imerese: Fiat e sindacati hanno firmato, al ministero dello Sviluppo economico l’intesa sulla mobilità incentivata per i lavoratori dello stabile, dove il Lingotto cederà il testimone all’azienda Dr Motors. La crisi era iniziata nel 1993 quando, con la produzione della Tipo, arrivò anche la cassa integrazione. Nel 2002 furono licenziati 223 dipendenti. Si prospettò la chiusura. Le lotte operaie, che ebbero grande sostegno, salvarono la fabbrica. Ma il declino era ormai cominciato. I dipendenti scesero a 1.536, quelli dell’indotto a circa 800.