La copertina dell'Economist del 12 novembre 20110 con il saluto "That's all folks" a BerlusconiL’Italia e l’Euro: questo è tutto, gente.
Perché l’euro sopravviva, l’Italia non deve fallire. Ciò richiederà leadership e coraggio.
Titolo originale: That’s all, folks
Testata: The Economist
Data: 12 novembre 2011
Traduzione: Daniela Castrataro, Loredana Spadola e Mara Colzani per Italiadallestero.info

Sebbene sia giunta dopo scandali, complotti e un operato da presidente del Consiglio veramente penoso, la promessa di dimissioni di Silvio Berlusconi non è stata più catartica degli altri rimedi escogitati finora dalla zona euro. Il gesto è stato insufficiente, perché Berlusconi gode di così poca fiducia – dopo un totale di 8 anni e mezzo di disastroso incarico – che persino adesso si teme che trovi un modo per restare in carica o per ripresentarsi. Il gesto è arrivato troppo tardi perché, ora che ha promesso di dimettersi, i bond italiani erano già in preda al panico. Ad un certo punto, le rendite sono salite fino al 7,5%, un livello che alla fine getterebbe l’Italia nell’insolvenza e che, ancor prima, scatenerebbe un assalto agli sportelli delle banche.

Quando il terzo mercato obbligazionario più grande al mondo comincia a cedere, la catastrofe incombe. In gioco non c’è solo l’economia italiana, ma anche la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, l’euro, il mercato unico europeo, il sistema bancario globale, l’economia mondiale e più o meno tutto quello che riuscite a immaginare. La Grecia è importante perché stabilisce un precedente per l’euro – per cose come la svalutazione del debito e le misure di salvataggio. L’Italia conta molto di più perché è molto grande.

È chiaro che l’Italia sarà il banco di prova che testerà la distruzione dell’euro – o la sua sopravvivenza. Solo poche settimane fa, questo test sembrava ancora evitabile. Ora è alle porte. Se la zona euro vuole che la sua moneta sopravviva, deve arginare il panico e rendere credibile il teatrino della politica italiana. Entrambe le cose sono ancora nella sfera d’influenza dell’Europa. Ma ad ogni sbandamento della zona euro verso la corruzione morale, ad ogni maldestro cambio di governo e ad ogni riluttante intervento nei mercati finanziari, il compito diventa sempre più difficile e costoso. Mentre si apre questo scenario così opprimente, si affievoliscono le possibilità di sopravvivenza dell’euro.

Presto panico

Il compito urgente è quello di tamponare il panico finanziario – anche per dare ai politici l’opportunità di dimostrare che, ora che hanno capito cosa c’è in gioco, possono fare di meglio. Il panico ha preso piede il 9 novembre quando, sullo sfondo dell’impennata dei rendimenti dei Titoli di Stato italiani, l’agenzia di gestione del rischio LCH Clearnet ha innalzato i propri margini di garanzia. Ciò significa che chiunque operasse con i bond italiani doveva depositare più capitale per tutelarsi da possibili inadempienze. Questo costo extra ha reso più caro operare sul debito pubblico italiano, causando un’ondata di vendite, visto che gli investitori lasciavano il mercato.

A questo punto, nulla può impedire una crisi del debito in Italia. I costi di finanziamento sono destinati a restare molto più elevati dei livelli pre-crisi. L’industria finanziaria non invertirà presto il margine di garanzia extra e anche se lo facesse, gli investitori non considererebbero il debito italiano come “senza rischio”. Le agenzie di rating sicuramente faranno retrocedere il Paese. Se la situazione del debito è lasciata precipitare, l’Italia verrà esclusa dai mercati obbligazionari. Le sue banche diventeranno vulnerabili, poiché clienti e creditori concluderanno che loro e lo stato italiano potrebbero essere insolventi. Il contagio si diffonderà in tutta l’eurozona. La fine arriverà presto.

Ma l’Italia non è ancora insolvente. Sebbene il piano di salvataggio stabilito dall’eurozona lo scorso mese si è ridotto in brandelli, la Banca Centrale Europea potrebbe ancora guadagnare tempo impegnandosi a comprare il debito italiano in quantità illimitata e a proteggere le banche europee, come ha sostenuto The Economist. I segni questa settimana erano che la BCE fosse intervenuta per attenuare i rendimenti italiani. Ma non ha ancora fatto pubblicamente quella promessa fondamentale di fare qualsiasi cosa necessaria, senza limiti, per delimitare la crisi e fermare il panico.

La verità è che il rischio della frantumazione dell’euro è davvero aumentato. Durante il recente G20, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno ammesso per la prima volta che potrebbero abbandonare la Grecia al suo destino – un devastante cambiamento di rotta per dei leaders che erano stati sempre convinti del fatto che l’euro sarebbe sopravvissuto intatto a qualsiasi prezzo. Secondo alcune voci, starebbero contemplando l’idea di costituire un nuovo club del nucleo dei Paesi dell’eurozona in grado di rispettare le regole, liberandosi degli altri. Tali voci renderanno più difficile per la BCE convincere i mercati che l’euro è qui per restare. Ma forse darebbero solamente una solenne lavata di capo ai politici europei – in effetti, potrebbe essere questa l’idea.

In fin dei conti, i politici sono le sole persone che possono sistemare le cose. Se la BCE concederà un attimo di respiro, allora i politici dovranno usarlo per convincere il mondo che le democrazie della zona euro hanno la capacità di gestire i propri debiti e di riformare le proprie economie. Se i politici falliscono, alla fine anche l’euro fallirà.

L’uomo che ha mandato a rotoli un’intera valuta

Mentre il destino dell’euro era riposto sulla testa trapiantata di Berlusconi, le possibilità di successo erano molto esili. Amava descriversi come un riformatore liberale pro-business, ma sotto il suo governo l’Italia non è riuscita assolutamente ad abbandonare il sistema che prevedeva la svalutazione della lira per compensare l’inflazione e la produttività stagnante o in calo.

Tra il 2001 e il 2010 i costi del lavoro in Italia sono saliti, mentre l’economia è cresciuta meno di quella di ogni altra nazione, tranne Haiti e Zimbabwe. The Economist ha a lungo sostenuto che Berlusconi fosse inadatto a governare, ma anche noi siamo rimasti molto sorpresi da come lui continuasse indisturbato a politicheggiare e a fare feste, ignorando la necessità di riforme mentre la crisi dell’euro si avvicinava sempre più all’Italia.

Senza Berlusconi, l’Italia ha una possibilità. L’ammontare del debito, sebbene elevato, è stabile. Non ha sofferto il boom immobiliare né il connesso fallimento bancario. Gli Italiani sono bravi risparmiatori e gli introiti fiscali del governo non dipendono troppo dalla finanza o dalle proprietà. Prima di dover pagare gli interessi, l’Italia aveva persino degli utili fiscali.

Ora a Roma si discute per trovare un tecnocrate che guidi un nuovo governo dedicato alle riforme – Mario Monti, per esempio, che era un rispettato commissario europeo. Tale governo provvisorio avrà una parte importante nei prossimi mesi. Ma il processo di riforma ha bisogno di essere sostenuto per anni e ciò richiede, più di ogni altra cosa, la legittimità della democrazia. Pertanto qualsiasi governo tecnico ad interim dovrebbe prepararsi per elezioni urgenti che possano portare a un governo adatto per le riforme.

Perché l’euro sopravviva, l’Italia deve farcela. Perché l’Italia ce la faccia, i suoi politici bisticcioni devono trovare inconsuete risorse di unità e coraggio. Ciò dipende anche dal popolo italiano e dalla sua volontà di fare sacrifici, dall’appoggio della BCE all’Italia e dal risoluto supporto di Francia e Germania all’euro. È una lista spaventosamente lunga di cose che devono andare bene.