“L’Università di Bologna con quell’esperimento non c’entra nulla”. Una prima crepa si apre nella vicenda della presunta scoperta italiana della fusione a freddo, riportata con enfasi dalla stampa e da numerosi servizi televisivi come quello trasmesso dal Tg2. Tutto ruota intorno all’annuncio di una rivoluzionaria scoperta scientifica: la fusione nucleare a freddo con un processo che combina nichel e idrogeno. Praticamente un sogno, la vera rivoluzione energetica: nucleare sì, ma senza l’incubo delle scorie. Un miracolo per il pianeta e per i suoi abitanti, ma soprattutto un obiettivo che la comunità scientifica insegue da vent’anni che si realizza, di punto in bianco, in un capannone industriale alle porte di Bologna.

Possibile? Tanti ci sperano, fosse anche solo per ridare credibilità alla comunità scientifica italiana, svuotata dai cervelli in fuga e ridicolizzata da inesistenti tunnel di neutrini. Così i media nazionali riportano l’annuncio della sensazionale scoperta senza verificare fino in fondo tutte le credenziali dell’ingegnere-inventore. L’uomo del miracolo si chiama Andrea Rossi ma, per chi ha lunga memoria, è ancora lo “sceicco della Brianza”, la persona che in 17 anni ha collezionato 56 processi per reati ambientali, accuse di associazione a delinquere, truffa, frode fiscale, bancarotta fraudolenta e riciclaggio. Diversi arresti, cinque condanne alcune assoluzioni e diverse prescrizioni (pende ancora in appello il procedimento per il crack della sua “Petrol Dragon”).

Il tutto condito da una pioggia di soldi pubblici che dovevano alimentare ogni volta le sue ricerche e finivano non si sa dove. E’ storia antica, oggi, riportata perfino da Wikipedia con dovizia di particolari sulle presunte imprese (o bravate) dell’inventore. Sempre in rete, c’è l’autodifesa di Rossi: su Internet lui si proclama scienziato perseguitato da multinazionali senza scrupoli che hanno tutto l’interesse a smontare le sue rivoluzionarie scoperte con complotti giudiziari. Innocente, colpevole. Non conta più tanto.

Quello che conta invece è che ce n’è abbastanza per dubitare della magia di Rossi e della sua ennesima folgorazione: negli anni Ottanta era la possibilità di ricavare petrolio dai rifiuti, negli anni Novanta argento dagli scarti delle lavorazioni industriali di metallo e nella prima decade del nuovo millennio energia pulita dalla miscelazione di nichel e idrogeno tramite un dispositivo prototipo – ribattezzato E-Cat e ovviamente schermato da brevetto e guardie giurate alla porta – che lo stesso Rossi definisce sorprendente perché “funziona come una stufetta elettrica di casa”.

Forse qualcuno anche a Bologna inizia a collegare presente e passato e la presa di distanza dell’ateneo suona come un primo segnale di ritirata. “L’Università – recita la nota – precisa di non essere coinvolta negli esperimenti sull’E-Cat condotti dalla società Leonardo Corp. di proprietà di Andrea Rossi. Nessun esperimento si è svolto presso l’Università di Bologna né è stato condotto da ricercatori dell’Università. Il Dipartimento di Fisica è pronto a svolgere esperimenti sull’apparato E-Cat non appena il contratto siglato con la EFA SrL (la società italiana di Andrea Rossi) sarà reso attivo: a questo scopo erano presenti agli esperimenti, in qualità di osservatori, i ricercatori dell’Università. L’Ateneo continua a seguire con grande attenzione l’evolversi della situazione”.

In realtà già un gruppo di scienziati svedesi giunti per assistere a test si sono rivelati molto freddi, anche perché a loro come a tutti gli altri esperti e giornalisti scientifici è stato proibito vedere e toccare con mano. E così la vicenda continua come una saga surreale, dove ancora nessuno ha capito davvero se l’Italia ha in pancia la rivoluzione energetica del millennio.

Oppure se sta semplicemente prestando il fianco a una balla colossale, messa in piedi da un chimico dal curriculum non proprio specchiato, con il pallino della rivoluzioni dal sapore antico quanto la pietra filosofale e un occhio sempre attento al business. Perché Rossi&co hanno manifestato anche l’intenzione di commercializzare su vasta scala il reattore. Doveva essere prodotto in Grecia entro l’autunno e tutti a dire: finalmente, arriva il reattore da tavolo! E invece no, perché l’accordo è misteriosamente saltato all’ultimo e l’E-cat è tornato ad essere quel misterioso prototipo perso in un capannone della bassa e avvolto dalla nebbia. E la saga continua.