Le dittature terminano spesso in maniera ridicola. Salazar, per dire, cadde dalla sedia dopo aver vessato il Portogallo per decenni.

Non c’è quindi granché di inedito nel livello di ridicolo che tracima da questi titoli di coda (coda?) del berlusconismo. La scena di Stracquadanio che si asserraglia dietro un blindato dei carabinieri, per sfuggire ai cronisti (ai cronisti: non ai contestatori), racconta da sola tutta la mestizia di questi 17 anni vissuti vigliaccamente.

C’è però una sequenza più rilevante. Non sottovalutatela: è il momento in cui Berlusconi capisce che i voti sono stati solo 308.

Fino a quel momento ha esibito una faccia scura, tirata, impietrita. Nulla di nuovo: giusto un despota che soffre. Piacevole come tutti i despoti che soffrono, ma nulla di nuovo.
Andiamo un po’ avanti. C’è Berlusconi che scrive. Non ascolta Bersani che parla (e fa benissimo, beninteso) ma scrive. Sì, ma cosa? Ha appena scoperto che la maggioranza non esiste più, che forse (forse) è finita davvero. E lui che fa? Prende una penna e scarabocchia qualcosa: le ultime volontà, l’elogio del Tadalafil, la nuova canzone di Apicella? No. I fotografi sono stati bravi a scoprirlo.

E’ questo il dato realmente saliente dell’8 novembre 2011: quel biglietto. In quegli appunti schematici, ma significativi, c’è dentro tutta la psiche di Silvio Berlusconi. L‘uomo a cui la maggioranza votante degli italiani ha demandato la concretizzazione delle loro più basse abiezioni e pulsioni.

Sono appunti che vanno a capo: ossessivi, compulsivi. Leggiamoli.

La prima riga è quella del livore. “308 (-8 traditori)“. Nella parentesi c’è tutta la virulenza del soggetto, la gravità degli sgherri che (lo) hanno tradito, il “-” algebrico che sancisce la scomunica.

La seconda riga è quella della paura atavica. “Ribaltone“. Anche nel solipsismo più ansiogeno, Berlusconi non si addebita colpe. Sono gli altri che tramano, che complottano: che lo “ribaltano”. Non teme tanto la sconfitta, quanto la defenestrazione (parola di cui ignora il significato ma conosce l’effetto) e l’idea che altri ne occupino il posto. Infatti non scrive: “sconfitta”. Scrive: “ribaltone”. Non è un caso. Non lo è mai.

La terza riga è quella del desiderio. “Voto“. Constatato il fallimento, Berlusconi lo allontana subito. E’ uno spauracchio disfattista che non ha diritto di albergare nella sua mente. Così, immaginando mondi altri, come del resto ha sempre fatto, ipotizza imminenti e ulteriori trionfi elettorali. La Santanché ha detto: “Berlusconi è nato nelle urne e morirà nelle urne” (disgraziatamente non parlava di un desiderio postumo e legittimo di cremazione).  Il despota cade, ma immagina nuove magnifiche sorti e progressive (anche se non le chiamerebbe così).

La quarta riga è quella della farsa. “Prendo atto (rassegno le dimissioni)”. Eccolo, di nuovo, il grande talento di Berlusconi: declinare l’atto dovuto (la dimissione) a farsa (il prendere atto tardivamente). A bluff, a recita. A sceneggiata attraverso cui ritornare protagonisti: Mi dimetto, ma prima faccio approvare qualcosa. Prima prendo – guadagno – tempo. Sperando nel frattempo che l’opposizione (eh?) gli abbia nuovamente sgombrato il campo.

La quinta riga è quella della psicanalisi.Presidente della Repubblica“. Berlusconi, con fare si direbbe autistico, ricorda a se stesso i passi elementari da compiere nelle ore immediatamente successive alla Waterloo. Come lo smemorato di Collegno, rammenta gli atti cardine di un’esistenza. Il bigliettino di appunti, visto con lo sguardo di Freud, ma pure di Jung, ma pure di Crepet, è una elencazione psicotica di banalità. Sarebbe come se una persona, da poco svegliatasi, cercasse un foglio e ci scrivesse: “Respirare”, “Minzionare”, “Bere”, “Mangiare”, “Dormire”. (Manca “macho clacson campana” e poi facciamo il Gioca Jouer).

La sesta riga è quella dell’agnizione. “Una soluzione“. Geniale, a suo modo. “Una soluzione“. Berlusconi è nella polvere, è il cattivo ferito a morte, è lo zombie apparentemente sconfitto per sempre: ciò nonostante, cerca “una soluzione”. Esplicitandone l’esigenza. E’ l’attaccante che non segna, ma quando entra al bar dice agli amici (o presunti tali): “Uè raga, oggi ho fatto 3 gol (e due in rovesciata, cribbio”. E’ l’amatore ipotetico che millanta erezioni monumentali, a uso e consumo di geishe che – distratte – neanche se ne sono accorte. E’ uno scrittore di gialli che, non avendo più vena creativa, scrive malinconicamente in fondo alla pagina bianca: “Il libro deve avere una fine”. E che sia una fine indimenticabile: per lui, non per i lettori.

La lista degli appunti poteva andare avanti ancora. Del tipo. Punto sette: “Telefonare a  Ghedini”. Punto otto: “Esprimere fiducia al Presidente della Repubblica (comunista!)”. Punto nove: “Portare a spasso Bondi”. Punto dieci: “Grattarsi gli zebedei (ma dopo aver lavato le mani)“. Punto undici: “Organizzare un bunga bunga (raccontare la barzelletta della mela, funziona)”. Punto dodici: “La patonza (farla girare)”.

Poteva andare avanti. Oppure, già così, basta e avanza come finale sghembo di una pessima tragicommedia.

Di sicuro manca l’ultimo punto. E’ il monito che ricordano a Massimo Troisi. In Non ci resta che piangere faceva ridere, in mezzo a quelle righe vergate nervosamente sarebbe parso l’unica cosa intelligente: “Ricordati che devi morire (sì sì, mo’ me lo segno)“.

Ps: A chi mi farà notare che sono questi i giorni della liberazione e della gioia, rispondo – pur provando un vago accenno di giubilo – che Mister Wolf, in quella nota massima di Pulp Fiction, resta oltremodo attuale.