Quattro giorni all’alba. Cioè, quattro giorni alla fine del ventennio berlusconiano. Roba da non crederci, tanto che ieri sera, tornato fresco da quello che lui considerava l’ennesimo successo internazionale a Cannes, credeva davvero di essere davanti a quattro matti che gli raccontavano di un incubo incomprensibile ai suoi occhi e alle sue orecchie: “Silvio, la maggioranza non c’è più”. Gliel’avesse detto un altro, al Cavaliere, che il suo tempo politico era finito, questione di ore più che di giorni, ecco lui l’avrebbe licenziato con il solito sorrisetto sardonico di chi ne sa di più. E, invece, sentirselo dire da Letta, Bonaiuti, dallo sguardo vitreo del delfino di cartone Angelino Alfano e, soprattutto, da Denis Verdini, è stato un colpo anche per Berlusconi.

Raccontano che ieri sera, a palazzo Grazioli, assenti i suoi “famigli” come Valentino Valentini e il neo deputato Luca D’Alessandro, entrambi maratoneti a New York, il Cavaliere sia rimasto silenzioso per qualche minuto a guardare nel vuoto, gesto quantomeno inusuale durante questi mini vertici della nomenklatura più stretta dove lui, di solito, detta la linea e gli altri stanno zitti e prendono appunti mentalmente. Invece, ha parlato Verdini. Lapidario. “Siamo a 306, non c’è verso di riportarli indietro, forse se ci parli tu, ma io a questo punto ci conterei poco..”.

Certo, che schiaffo. Vedere la propria condanna firmata da quelli che lui ha sempre considerato mezzecalze, gente di poco conto, buoni solo per la propaganda e ad obbedir tacendo, quelli che si sono fatti belli in tv (Stracquadanio, per esempio) solo perché lui ce li ha mandati a difendere la sua immagine. Oppure una come la Bertolini, uno come Mazzuca, incapaci di qualunque azione autonoma. Prima di oggi, prima di ieri.

Insomma, il regno crolla. Verdini li ha contati e ricontati. Ha provato – senz’altro – con il solito sortilegio del denaro, dell’offerta, dell’incarico di privilegio, ma niente da fare; i numeri parlano chiaro. Da una maggioranza di 316 dell’ultima fiducia del 14 ottobre, si è passati di schianto a quota 306, per colpa di questi “maiali” , li ha chiamati Cicchitto – ma pare che il suggerimento del vocabolo sia direttamente del Cavaliere – che visto il baratro “preferiscono rifarsi una verginità subito – sempre parola di Cicchitto – per paura di essere travolti e non riemergere più”.

Adesso si va allo show down, quindi. Martedì, in aula, ripassa per la seconda volta il rendiconto dello Stato, quello già bocciato l’11 ottobre scorso “per una svista”, si è sempre detto nel Pdl, perché erano tutti alla bouvette a bere il caffè e il governo è andato sotto sull’articolo 1. L’hanno riscritto, lo hanno fatto ripartire velocemente dal Senato e martedì 8 novembre sarà di nuovo lì, alla Camera. Tutti vorrebbero vederla questa scena di Berlusconi che assiste al tramonto del suo regime mentre il tabellone dell’Aula impetosamente sancisce che no, la Camera non approva. Ma c’è qualcosa che, paradossalmente, anche stavolta gioca a suo favore. Ed è il Quirinale. Perché bocciare ancora il rendiconto generale dello Stato significa certo far cadere il governo, ma anche mettere il Paese in esercizio economico straordinario (succede quando la legge finanziaria, ovvero il rendiconto, viene bocciato) e in un momento in cui l’Italia “non è credibile” agli occhi del mondo, come è stato ricordato in mille modi durante il G20 di Cannes, ecco questo Napolitano proprio non può permetterlo. Certo, il Capo dello Stato non interverrà direttamente sui singoli deputati per far capire loro che, in questo caso, andrebbe fatto uno sforzo e che a far cadere Berlusconi si potrà pensare un po’ più avanti, casomai sulla legge di Stabilità quando ariverà alla Camera, questione prevista per la fine del mese. Ma di sicuro un tentativo di moral suasion su alcuni sarà fatto. Come andrà a finire, tuttavia, è un’incognita. A cui Napolitano, ovviamente, guarda con grande apprensione.

E’ da settimane, d’altra parte, che al Colle si lavora, sottotraccia, per dare forma ad un nuovo esecutivo e ad una maggioranza solita che possa traghettare il Paese a fine legislatura (o anche solo fino a giugno) in modo da portare a termine le misure che l’Europa (e anche il mondo, a questo punto) hanno chiesto con grande forza all’Italia “commissariata dal Fmi” . Nei giorni scorsi, per esempio, Napolitano ha visto Mario Monti. Con il professore varesino il Capo dello Stato ha un’antica consuetudine, ma l’incontro dei giorni scorsi non è passato ovviamente inosservato. Pare che, nell’occasione, Napolitano abbia chiesto a Monti persino un elenco di nomi di possibili ministri, trovando un interlocutore già molto preparato sulla materia, ma il colloquio si è poi fermato lì: ad un nuovo governo serve anche una maggioranza che lo sostenga. E, in questo caso, non si può fare i conti senza la Lega. Ecco perché, alla fine, il nome che pià circola in queste ore come possibile successore a tempo di Berlusconi è quello di Gianni Letta. L’unico, si sostiene in ambienti della maggioranza, a cui il Cavaliere proprio “non potrebbe dire di no”, che garantirebbe la permanenza di Maroni al Viminale e una sorta di continuità politica dell’esecutivo uscito dalle urne del 2008. Nessun ribaltone, nessun governo istituzionale, solo un passo indietro del Cavaliere, “il vero problema di tutto”. La questione è sul tavolo in queste ore. Ore drammatiche, durante le quali si dovrà capire se Berlusconi, per una volta almeno, darà ascolto ai suoi e farà un passo indietro prima di martedì, oppure accetterà la sfida dei numeri sperando nel fatto che nessuno si vorrà prendere la responsabilità politica di portare l’Italia in esercizio straordinario in pieno tsunami finanziario. Ancora una volta, forse, la sua temerarietà potrebbe dargli ragione. Ma di certo sarà l’ultima.