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di Antonella Beccaria | Bologna | 31 ottobre 2011

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La filosofa Marzano: “Basta ragazze immagine: il corpo delle donne non è merce”

Per la rassegna Gender Bender presentato il saggio di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla: "Tra olgettine e veline raccogliamo quello che è stato seminato per tanti anni: una tendenza a dare così poco valore alle donne che in molte sono cresciute con l'idea non di avere nessun altro valore che quello di un semplice prezzo”

È una platea con una caratteristica: quella di avere una predominanza femminile. Tra chi ascolta la filosofa e saggista Michela Marzano, docente all’università Paris Descartes e ospite a Bologna del festival Gender Bender, il rapporto tra i sessi è almeno di uno a quattro per le donne. E poi c’è un’altra caratteristica che contraddistingue chi ha voluto assistere alla libreria Ambasciatori di via Orefici a Bologna alla presentazione del suo “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, 2011): essere per lo più over 35, per quanto qualche volto più giovane qua e la spunti.

Sarà un caso – o forse no, perché, dice Marzano, “il caso non esiste” – che siano queste le due peculiarità attorno a cui si articola il pubblico che vuole sentire il suo racconto sull’anoressia, un “sintomo” che porta “all’euforia perché ci si sente più forti della propria fame. Quindi, a quel punto, pensi di non aver più bisogno di niente e di nessuno. Però poi arrivi a non controllarla più, la fame, e nel mio caso la fame era diventata tutto. Non c’era altro, non pensavo ad altro che al cibo perché morivo di fame”.

Si mette a nudo, Michela Marzano, incurante – come le facevano notare familiari e amici prima di scrivere il libro – del fatto di essere un personaggio pubblico. Perché parte da un concetto: lo studio dell’“evento che attraversa l’essere umano” così come lo concepiva Hannah Arendt, che partiva dal “suo” evento, le ceneri lasciate dal totalitarismo nazista. “Il ‘mio’, invece, mi ha portato per 15 anni a studiare a temi particolari, come il corpo, la sessualità, le violenze contro le donne. Poi è giunto il momento di mostrare ciò che c’era dietro e dare un nome a quell’evento che ha attraversato me”.

È un viaggio in un “inferno” generato da un rapporto genitore-figlia. Un rapporto fatto di pretesa di perfezione da un lato e dall’altro di amore. “Avrei fatto di tutto per avere da mio padre quello sguardo specifico”. Ed è un viaggio fatto anche di troppi “troppo” perché “non si smette mai di colpevolizzarsi, non si è mai all’altezza delle aspettative altrui”. Il padre allora diventa un simbolo di quel “troppo” e la malattia appunto un “sintomo” di un diktat prima familiare e poi sociale, “io sono il mio ruolo” e si sta dritti in forza della “colonna vertebrale della logica”.

Quello di Marzano è un discorso che si innesta su suoi precedenti lavori e va oltre. E che nella realtà italiana, come spiega a presentazione conclusa, si traduce in un corpo-desiderio, l’io autentico, soffocato dal corpo-immagine quando non da un vero e proprio corpo del reato, strumento di corruzione come le cronache sulle “olgettine” e sulle notti di Arcore hanno insegnato a conoscere. “A questi corpi”, commenta Michela Marzano, “succede che raccolgono quello che è stato seminato per tanti anni, una tendenza a svalutare e a dare così poco valore alle donne che in molte sono cresciute con l’idea non di avere nessun altro valore che quello di un semplice prezzo. Quindi si è persa di vista la distinzione che esiste tra le persone e gli oggetti”.

Questo succede “perché si cerca disperatamente di acquisire visibilità e siccome per tanto tempo le uniche donne visibili erano corpi immagine, le persone sono cresciute con questa sottocultura che fa pensare che l’unico modo di riuscire fosse quello di diventare un corpo-immagine, un corpo-oggetto, un corpo-merce”.

Complice della svalutazione del mondo femminile è stata anche la trasformazione del linguaggio. “La prima volta che ho sentito l’espressione ‘ragazza immagine’”, prosegue la docente, “mi ha colpito molto perché in francese non esiste. È come se si potesse identificare nella ragazza un’immagine e non fosse altro che questo. L’altra parola che mi colpisce – ma che dovrebbe colpire chiunque – è l’espressione velina. Definire una donna una velina vuol dire definirla come un pezzo di carta su cui è scritta una notizia. Quindi, progressivamente, quando si utilizzano male le parole, dopo un po’ nessuno ci fa più caso e si pensa in effetti che le donne siano immagini, pezzi di carta o semplici oggetti”.

Esistono antidoti? “Sì, la filosofia e il pensiero critico. Per me sono davvero gli unici antidoti perché c’è tanta voglia da parte dei giovani di sentire concetti diversi. Nel momento in cui si sentono concetti diversi si impara anche a pensare in modo diverso e ci si allontana dagli stereotipi sempre ascoltati. L’effetto è quello di capire che si è qualcosa in più rispetto a una semplice immagine”.

Infine, tornando sul tema del libro, anticipa una domanda che le è stata posta in altre occasioni, a proposito del suo essere o meno un “cervello in fuga”. “Io sono una persona fatta di carne, ossa e corpo soprattutto oggi, dopo aver lavorato per tanto tempo sul mio corpo. Ma soprattutto la parte che non mi piace è ‘in fuga’. Non sono stata in fuga o forse sì, ma non come lo si intende oggi. L’Italia la amo da morire, solo che c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di passare attraverso un’altra lingua, il francese. È stato pesante dimenticare la mia, ma quando si impara a balbettare, seppur in un idioma diverso, allora la verità di una persona comincia a emergere, come diceva Jacques Lacan. Attraverso un percorso fatto di balbettamenti e di psicanalisi, oggi l’italiano è tornato a essere di nuovo la mia lingua materna, non più solo paterna, cioè non è più la lingua del dover essere”.

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