Mi sono diplomato ragioniere programmatore nel 1988 al Tanari, fucina di normodotati e scuola castrasogni alla portata di tutti, mica come il liceo. L’infelice scelta mi portò ad abbandonare “precocemente” gli studi e a cercare lavoro retribuito visto che il lavoro gratis all’epoca non esisteva. Grazie a una conoscenza di mia madre, andai a lavorare (retribuito) in una fabbrica di legno nell’interlend bolognese. Fu terribile. Otto interminabili ore in compagnia di persone incattivite, grette, volgari, rassegnate che però furono fondamentali e almeno mi fecero capire l’importanza dell’avere in tasca un diploma. Il secondo giorno di quello schifo, mi tolsi il grembiule e andai dal “padrone” a dirgli che mi licenziavo. Ricordo ancora uno dei capetti che, nel vedermi senza grembiule mi gridò “Dove vai?”. Gli risposi. “Vado via. Am saun rat i maron. Mi sono rotto i maroni”. Silenzio. Ringraziai il boss per l’opportunità e gli chiesi le 100.000 lire in nero che mi doveva. Mica si lavorava a gratis nel 1989. Questo gesto eroico piacque molto al boss che mi disse “Da domani vieni a lavorare in ufficio”. Pagato. Non assunto, ma pagato.
Iniziò la mia nuova vita professionale, molto più comoda di quella di fabbrica, ma ugualmente triste. Colleghi giovani già rassegnati che sognavano la pensione, la segretaria che se la faceva con il figlio del capo, la tipa che se la intendeva con l’impiegatuccio separato più brillante, il ragionierino di belle speranze, il finto matto, la brutta figa che si sentiva carina, lo sborone, il capetto che faceva l’amicone, la mamma che si lamentava, il padre di famiglia dal glorioso passato non documentabile, quello che doveva fare il calciatore in serie A però aveva preferito lavorare in ufficio… insomma, la classica gente che si può trovare in qualsiasi ufficio pubblico o privato che sia.
Giornate eterne, poco da fare, operai che invidiavano la mia “carriera” e 50.000 lire in nero al giorno in attesa che mi chiamasse l’esercito (per fortuna non mi chiamò mai nessuno).
In pochi mesi mi abituai a quella vita comoda e squallida, ma a casa esigevano di più, volevano la stabilità, l’eterno riposo e fu così che mio padre mi segnalò un imperdibile concorso in posta, di quelli con 43.000 persone che si presentano ambendo a 4 posti inviolabili. Per colpa di quel concorso feci una cagata madornale, anzi no, non fu una cagata, fu un’esperienza importante da cui imparare qualcosa. Andai dal capo e gli dissi “Guardi, martedì non vengo che devo andare a fare un concorso in posta”. E lui mi disse “Va bene, poi non venga più. Io non faccio da tappabuchi a nessuno”. Un grande. Aveva ragione. E fu così che a giugno mi trovai disoccupato. Poco male, avevo 21 anni, qualche soldo da parte e un’estate da vivere a zonzo tra la Iugoslavia e la Grecia.
Arriva settembre, vado a trovare il vicepreside del Tanari che di solito raccomandava i più somari per andare a lavorare in banca. Mi propose una modesta occupazione in un’aziendina dell’interlend con contratto di formazione lavoro di un anno e mezzo con promessa di trasformazione a contratto a tempo indeterminato. Assunto, pagato 1.100.000 lire al mese e 100.000 lire di benzina rimborsate in nero per il disturbo. Durò un anno e mezzo, poi il figlio del titolare tornò dai militari e il mio contratto non fu rinnovato visto che l’azienda era sua e io non gli servivo più a nulla. Mi riposai un mese e ad aprile trovai un contratto a tempo determinato regolarmente pagato dalla Confesercenti che per quei tempi era avantissimo: assunto 3 mesi, liquidazione, un mese a casa, assunto 3 mesi, liquidazione, un mese a casa e così, a oltranza. Chi resisteva  veniva assunto. Tipico contratto precariononoprecario.
Resisto un anno e mezzo, mi piaceva, ma le pressioni sociali sul futuro e di avere un contratto stabile a tempo indeterminato si fanno sempre più forti e così, pur trovandomi bene, abbandono questa bella formula per un contratto a tempo indeterminato in una mega ditta prestigiosa, di quelle sicure e infallibili, trovata a caso da me inviando per posta un curriculum redatto con la macchina da scrivere, visto che la raccomandazione del vicepreside al Credito Romangnolo non era andata a buon fine. Pazzesco,  mi avevano anche fatto la visita medica. Mah. Comunque non ho perso niente.
E va a finire così: contratto a tempo indeterminato a 23 anni, 1.3000.000 lire al mese che sarebbero poi diventate 1.500.000 lire per tutta una serie di scatti di anzianità, tredici mensilità, ferie, malattia, buoni pasto, cosa volevo di più? Non lo so, fatto sta che poi qualche anno dopo la ditta fu messa in amministrazione straordinaria e, visto che non era poi sto gran lavoro, tagliai la testa al toro e chiesi di essere messo in cassa integrazione. Volontario. Tre anni bellissimi, 1.150.000 lire per stare a casa e non lavorare. Cosa volevo di più? Ne approfittai per imparare a usare il Mec, a fare lavori di grafica, a fare siti internet e tante altre belle cose che all’epoca erano avantissimo. C’era una rivoluzione informatica in atto, era un’occasione unica da prendere al volo anche se i telegiornali dicevano che c’era la crisi , che non si sapeva dove si sarebbe andati a finire e altre baggianate atte a spaventare.
Succhiai il nettare della cassa integrazione fino all’ultimo giorno, poi mi feci assumere regolarmente retribuito da una, due, tre aziende di informatica con stipendio in levare e cavalcai quel fantastico periodo della niù economi, una follia senza precedenti che, giustamente, finì rovinosamente, ma almeno ci fece arricchire e sognare un po’ tutti quanti un mondo migliore.
Dopo qualche anno, cambiò tutto. Fu l’inizio della fine o più semplicemente, un nuovo inizio. Le aziende cominciarono a non assumere più, si inventarono contratti di collaborazione a progetto anche quando il progetto non esisteva e per lavorare fui “costretto” (principalmente da me, nessuna pressione) ad aprire una partita iva ancora in uso e iniziai così ad arrabattarmi nel fantastico mondo delle consulenze. Era cambiato tutto e cominciò ad affacciarsi sulla scena lo spettro del lavoro gratis.
Seducenti professionisti, aziendone, aziendine o semplici cazzoni cominciarono a propormi collaborazioni a gratis, opportunità incredibili con promesse luciferine “Facciamo un mese a gratis, poi…”.
Non ho mai accettato (a parte questa rubrica prestigiosa e altre collaborazioni a giornali/riviste altrettanto d’elitt che mi impegnano poco e niente).
Cosa vuole dire lavorare gratis?
Gettare il mio tempo così?
In nome di chi/cosa?
No, no, no… il lavoro va pagato cari miei, come si faceva una volta in cui gli unici privilegiati a lavorare gratis erano i praticanti avvocati, non scherziamo. Eppure ogni giorno migliaia di giovani vengono fregati così, con il lavoro gratis che chiamano steig (“Si perchè è un’opportunità” dicono) supportato da genitori consenzienti che possono continuare a far finta di niente e affermare in società di non avere un figlio disoccupato. Male, malissimo!
Io credo che dovremo cominciare a reagire partendo da qui e interrompere al più presto questo circolo vizioso. Dobbiamo educare le nuove generazioni a dire NO a qualsiasi lavoro gratuito gli venga proposto, dobbiamo far capire ai genitori che è meglio accettare di avere un figlio disoccupato che un figlio che lavora mesi a gratis per qualche furbo che lo sfrutta. Dobbiamo toglierci il senso di colpa dell’inattività, capire una volta per tutte che lavorare gratis non è un’opportunità per nessuno se non per il datore di lavoro. Bisogna essere consapevoli che con il gratis si va poco in là, che chi lavora gratis e chi offre lavoro gratis danneggiano la società, che chi lavora gratis è uno che non ha bisogno di lavorare, che chi lavora a gratis è solo uno dei tanti benestanti gregari incapaci di gestire il proprio tempo in autonomia e non certo l’affamato e folle auspicato dal caro Stiv Giobs.
Genitori, figli, da domani si cambia registro: cominciate a dire NO a lavorare gratis, vediamo cosa succede, proviamoci, indignamoci.
Male che vada perdiamo un lavoro non pagato, ma almeno e ci riprendiamo la vita e le nostre giornate. Se ci interessa.