Silvio Berlusconi non è vittima di un’estorsione. Ha invece indotto un indagato, Gianpaolo Tarantini, a “rendere dichiarazioni mendaci” ai magistrati. I soldi e le altre utilità passate dell’imprenditore barese non erano, come afferma il premier, un semplice aiuto a un amico in difficoltà economiche, ma un modo per ottenerne il silenzio sulle escort che frequentavano le sue famose “feste”. E il presidente del consiglio, al contrario di quanto ha sempre affermato, era perfettamente consapevole che di escort si trattasse. L’ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli sulla detenzione in carcere di Tarantini e del latitante Valter Lavitola smonta pezzo per pezzo la versione del presidente del consiglio sui suoi rapporti con l’imprenditore barese e l’ex direttore dell’Avanti!. (Qui l’ordinanza integrale del Riesame)

I giudici Angela Paolelli, Rossella Marro e Barbara Mendia ribaltano l’ipotesi accusatoria dei pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli. E aprono la strada a una possibile nuova disavventura giudiziaria per Berlusconi.

SOLDI A TARANTINI PER COMPRARNE IL SILENZIO. Le elargizioni di denaro e “altre utilità” concesse a Gianpaolo Tarantini non sono semplici aiuti a un amico in difficoltà economiche, come sostiene Berlusconi nella memoria depositata a Napoli. Scrivono i giudici del Riesame: “Ritiene il collegio che la suddetta giustificazione appare inevitabilmente smentita non solo da una serie di argomentazioni di ordine logico, ma anche da una pluralità di circostanze di fatto emergenti dagli atti”. Innanzitutto esiste “un’evidente sproporzione tra l’entità della protezione e il dichiarato spirito di liberalità”. E poi, se di regali si fosse davvero trattato, perché Berlusconi avrebbe dovuto finanziare i coniugi Tarantini “in modo non trasparente”, con telefonate “cifrate” e l’intermediazione di Lavitola?

La “liberalità” non c’entra, tanto che Berlusconi, a detta dei suoi più stretti collaboratori, mostra “insofferenza” quando deve metter mano al portafogli per placare Tarantini. Le “pretese liberalità”, notano ancora i giudici, iniziano “quando Tarantini assume la qualità di indagato a Bari”, con l’individuazione dei difensori forniti dal premier, e “culminano” quando Tarantini prende in considerazione un patteggiamento. Così facendo potrebbe “contribuire a stendere un velo su notizie e fatti che avrebbero destato un sicuro clamore mediatico, in ragione del coinvolgimento, nella vicenda delle cosiddette escort, del presidente del consiglio, soggetto dal quale provenivano le elargizioni”.

ESTORSIONE? MANCA LA PROVA. I giudici del Riesame non credono neppure all’estorsione di Tarantini e Lavitola ai danni di Berlusconi, cioè l’ipotesi di reato sollevata dai pm di Napoli. A parte alcune espressioni riferite al premier dai due indagati, come “metterlo con le spalle al muro” o “in ginocchio”, l’ipotesi di estorsione risulta “sfornita di prova”. I giudici propendono per un altro scenario, che vedrebbe Berlusconi passare dal ruolo di vittima a quello di potenziale indagato: “A parere del collegio, la condotta posta in essere da Silvio Berlusconi (con il concorso in qualità di intermediario di Valter Lavitola) nei confronti di Tarantini appare pefettamente corrispondente al paradigma legislativo di cui all’articolo 377 bis del codice penale”.

L’articolo in questione punisce, con la reclusione da due a sei anni, l’”induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria”. Berlusconi, dunque, non avrebbe pagato sotto ricatto, ma si sarebbe mosso di propria iniziativa per evitare che Tarantini raccontasse ai giudici di Bari la verità sulle escort che gli procurava.  Il presidente del consiglio Avrebbe dunque cercato di “inquinare” il processo di Bari.

BERLUSCONI SAPEVA CHE LE RAGAZZE DI GIANPI ERANO ESCORT. Berlusconi, secondo il Riesame, era anche perfettamente consapevole che le ragazze portate da Tarantini nelle sue residenze fossero retribuite. “Tarantini evidenziava oltre ogni ragionevole dubbio la piena consapevolezza del premier della reale natura delle prestazioni che gli venivano offerte dalla stragrande maggioranza delle ospiti delle sue serate”. Il riferimento è alla telefonata tra l’imprenditore e Patrizia D’Addario dopo che quest’ultima aveva passato la notte a palazzo Grazioli. “Mi dispace che non hai preso niente”, dice Tarntini, “però guarda che è la prima volta che succede, io avrò portato… cento donne”. E la D’Addario più avanti rimarca: “Beh, a tutte ha lasciato la busta”. La busta con “a chi dieci, a chi cinque, a chi tre, a chi quindici, a chi venti… a chi gli ha regalato la macchina…”, precisa Tarantini.

GLI AVVOCATI “REGALATI” A TARANTINI. I giudici di Napoli sottolineano che Berlusconi abbia fornito i legali a Tarantini per il processo escort, e li abbia retribuiti. “Deve ritenersi acclarato che fin dall’inizio della vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gianpaolo Tarantini a Bari, risalente al giugno 2009, Silvio Berlusconi si è interessato in prima persona di garantire a Tarantini un’adeguata difesa, preoccupandosi di individuare – grazie alle indicazioni del proprio difensore Niccolò Ghedini – professionisti di chiara fama e di sua fiducia”.

Il tutto è confermato dagli interrogatori degli stessi legali di Tarantini, Nico D’Ascola e Giorgio Perroni, e da Tarantini medesimo. Berlusconi si impegna anche a trovare un lavoro per Tarantini mentre quest’ultimo si trova agli arresti domiciliari: investe del problema gli avvocati Ghedini e D’Ascola, e alla fine salta fuori l’impiego fittizio presso la cooperativa Andromeda, grazie all’intervento di Lavitola.

LE “FOTO” DI MARINELLA: 100 MILA EURO, NON 10 MILA. Le “10 foto” oggetto della telefonata tra Valter Lavitola e la segretaria del premier Marinella Brambilla equivalgono alla consegna di 100 mila euro, affermano i giudici del Riesame, e non di 10 mila come sostenuto dalla Brambilla stessa. La somma è arrivata ai ai coniugi Tarantini nel giugno di quest’anno, come si evince dalle intercettazioni. A questa si aggiungono i 500 mila euro di cui Lavitola e Tarantini discutono nelle intercettazioni, il pagamento dell’affitto di un appartemento ai Paroli a Roma e numerosi altri stanziamenti per importi più contenuti.