Con l’Italia sull’orlo del baratro la Chiesa resta aggrappata al dogma che Berlusconi non va messo di fronte alle sue responsabilità. Invece di fare capire al più indegno premier della Repubblica che l’Italia ha bisogno di altro, la gerarchia ecclesiastica continua ad attestarsi su esortazioni generiche. Non fa l’unica cosa che dovrebbe: ritirargli la cambiale in bianco concessagli per diciassette anni.

Il varo della manovra al Senato spinge l’Avvenire a un editoriale costellato di auspici. È “necessario cambiare registro e passo”. I giovani sono “sempre più in fondo alla lista delle priorità dell’azione politica”. Non c’è ancora un “fisco amico della famiglia”, le nuove generazioni sono ingabbiate nel precariato e “continuiamo a chiedere una svolta nella lotta all’economia sommersa e all’evasione fiscale”. No, la svolta non c’è stata. Il boss dei boss, come le amichette chiamano il premier, non ha nessuna intenzione di fare sul serio.

La norma delle manette a chi evade tre milioni di euro soltanto se rappresentano il 30 per cento del fatturato del contribuente infedele, fa sbellicare dalle risa tutti gli uffici fiscali dell’Occidente. E fa vomitare. Non c’è stata nemmeno la svolta nelle politiche familiari da parte di un premier, che con l’occhio umido da coccodrillo afferma di aiutare con ventimila euro al mese la “famiglia in difficoltà” del real fornitore di cortigiane Tarantini. “Caro Direttore”, chiede un lettore di Avvenire, un uomo che ha rubato allo Stato può cavarsela donando una sommetta di beneficenza al prete? No, risponde il direttore: “La via diritta per un evasore fiscale pentito è una soltanto: fare il proprio dovere verso la comunità civile di cui è parte”.

E allora cosa ancora deve avvenire perché le gerarchie ecclesiastiche affermino con chiarezza evangelica che questa leadership corrotta, laida e totalmente inefficiente non gode più della loro fiducia? Per molto meno, una leggina farraginosa sulle coppie di fatto o un finanziamento in più alle scuole confessionali dai sacri palazzi sono partite in passato direttive per organizzare manifestazioni di massa!

Il mondo cattolico, al cui interno esistono tante energie che aspettano solo di concorrere assieme agli altri cittadini alla rinascita dell’Italia, è come immobilizzato dal diktat delle alte sfere per cui non si deve attaccare Berlusconi. Qualche critichina sì. Ma guai a dire ciò che pensa l’Europa intera.

L’incapace se ne vada. A luglio l’associazionismo cattolico è sembrato alzare la testa. Alcune associazioni hanno varato un manifesto “per la Buona politica”. Nel momento cruciale del balletto indegno sulle manovre due-tre-quattro-cinque la cappa del silenzio è nuovamente calata. È indubbio che il disagio, il malumore, l’inquietudine e l’angoscia per il futuro siano largamente diffusi nel mondo cattolico. Ne sono un segno anche le pagine che il giornale dei vescovi dedica da settimane all’evasione fiscale, al quoziente familiare, ai problemi dei giovani.

La gravità del momento traspare anche da singole frasi di alti esponenti della Chiesa. Il cardinale Tettamanzi, che in queste ore lascia ufficialmente la guida della diocesi di Milano, ha lanciato l’allarme che quasi nulla è cambiato nella vita politica italiana dopo Tangentopoli. Il cardinale Re, al congresso eucaristico di Ancona, ha evocato il dramma della disoccupazione. Il cardinale Bagnasco ha denunciato le “cifre impressionanti” dell’evasione fiscale e ha sottolineato la pressione che grava sulle famiglie. Il cardinale Bertone in un intervento alle Acli ha scandito che i “diritti sociali sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e del mercato”.

Poi, però, scena muta quando il governo vara l’articolo 8 della manovra, che rottama lo Statuto dei lavoratori e colpisce direttamente le famiglie italiane. Perché sono i padri e le madri di famiglia, che domani saranno gettati sul lastrico (La Stampa ha dedicato una pagina intera alle ampie possibilità di licenziare), a sostenere economicamente centinaia di migliaia di giovani immersi nel precariato.

Rispetto all’urgenza di pronunciare una parola chiara e definitiva sul malgoverno di Berlusconi (sul profilo di etico le parole ormai sono insufficienti), le massime autorità ecclesiastiche preferiscono muoversi, restando al coperto. Sperando nella nascita di un partito di centrodestra post-berlusconiano “quando sarà”. Non è un caso che l’unico – in campo Pdl – a mettere pubblicamente la faccia per chiedere la rimozione urgente di Berlusconi sia Giuseppe Pisanu, uomo di solida formazione cattolico-democratica. L’ala ciellina dei Lupi e Formigoni non ha avuto lo stesso coraggio. Certamente una parte consistente dell’episcopato non ne può più del Cavaliere, delle sue ninfette e della totale mancanza di una visione di governo.

Pisanu non avrebbe fatto la sua sortita se non percepisse di godere del silenzioso sostegno di settori importanti della gerarchia ecclesiastica. Buttiglione nell’Udc rilancia con tempismo sulle pagine di Avvenire la proposta di un ritiro del premier accompagnato da un salvacondotto giudiziario (altra aberrazione inconcepibile per un paese occidentale). Ma l’Italia merita molto più che ordinarie manovre da congiurati. E i cattolici meritano una parola chiara verso chi ha portato il paese alla catastrofe. La partenza di Berlusconi dovrà essere un atto di pulizia e di liberazione, non il frutto di una piccola cospirazione.

Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2011