“Quando parlavamo di foto, in realtà, ci riferivamo al denaro”. Marinella Brambilla, segretaria particolare di Silvio Berlusconi, ascoltata ieri per quasi tre ore nella Procura di Napoli, ammette di aver girato soldi a Valter Lavitola. Conferma di aver incontrato l’emissario peruviano, inviatole sempre da Lavitola, ma minimizza l’entità delle cifre. Non si trattava di 500 mila euro, come emerso dalle intercettazioni, bensì di poche migliaia. Brambilla non è indagata, ma da ieri un altro tassello s’aggiunge al mosaico del ricatto ordito, secondo l’accusa, da Lavitola e Tarantini ai danni del premier. Non è l’unico filone sul quale continuare a indagare, però – considerando il peso delle intercettazioni in cui si parla di Eni e Finmeccanica – mentre un’altra inchiesta è stata aperta, dalla Procura di Lecce, per verificare se i pm baresi hanno commesso irregolarità nelle indagini su Gianpi e le prostitute portate nell’estate 2008 nelle residenze del premier. Parliamo dell’indagine al centro del ricatto ipotizzato dall’accusa e impostato, stando alle intercettazioni, tra Lavitola e Tarantini, sull’ipotesi che quest’ultimo decidesse di patteggiare per non rendere pubbliche le intercettazioni più scabrose che riguardavano Berlusconi. E mentre il direttore de L’Avanti! resta tuttora latitante, oggi – difesi dall’avvocato Alessandro Diddi – saranno interrogati Tarantini e sua moglie, Angela Devenuto, in carcere da oltre due giorni. Ieri, invece, sono stati sentiti i due legali di Tarantini, quelli che lo hanno difeso nel procedimento barese.

E siccome all’inchiesta napoletana, ora, s’aggiunge quella della Procura di Lecce ai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, ieri s’è affiancato il procuratore aggiunto di Lecce, Antonio De Donno. I quattro magistrati hanno interrogato, a Roma, i due avvocati di Gianpi: Nicola Quaranta e Giorgio Perroni. Per il momento, nell’inchiesta salentina, non compaiono indagati. E in astratto, le ipotesi d’indagine, possono essere quella di abuso d’ufficio o di rivelazione del segreto istruttorio. È Tarantini, infatti, che riferisce a Lavitola i colloqui avuti con Quaranta. Tarantini non soltanto riferisce di strane conversazioni tra magistrati e avvocati, ma parla di qualcuno che in procura – pare riferirsi al procuratore capo di Bari, Antonio Laudati – ha “fallito il suo ruolo” e che “era convinto di archiviare”. Che si tratti o meno di millanterie, i pm napoletani hanno trasmesso queste intercettazioni ai colleghi di Lecce, che ora indagano e, ieri, hanno assistito all’interrogatorio dei difensori di Tarantini. Quaranta ha smentito le dichiarazioni di Gianpi: “Neanche una virgola corrisponde al vero. Tarantini ha utilizzato l’autorevolezza della mia figura professionale per dare credito alle sue ipotesi, nei confronti del suo interlocutore”. E l’interlocutore, come sappiamo, era Lavitola, che nel frattempo intascava soldi dal premier per girarli – ma solo in parte: 100 mila euro su 500 mila – a Gianpi. Quando i pm hanno chiesto, però, se la difesa di Tarantini aveva deciso di patteggiare – e questo sembrerebbe l’oggetto del ricatto – sia Quaranta, sia Perroni, non hanno risposto opponendo il proprio segreto professionale. Non hanno spiegato neanche chi paga la loro parcella, né se avevano saputo, e come, che il premier aveva versato 500 mila euro per Tarantini, come lo stesso Gianpi riferisce in una telefonata.

Ma le conversazioni con Lavitola assumono una ulteriore importanza investigativa se consideriamo i riferimenti a Eni e Finmeccanica. Era proprio il giro degli appalti della società energetica quello nel quale, a detta degli indagati, grazie alle pressioni di Berlusconi sul presidente dell’Eni Paolo Scaroni, era riuscito indirettamente a entrare anche Tarantini. L’inchiesta in realtà parte proprio da Finmeccanica e per l’esattezza da uno stralcio del fascicolo su Marco Milanese e sulle nomine propiziate dall’ex consigliere di Giulio Tremonti nel colosso dell’industria bellica italiana. Il pm Vincenzo Piscitelli ha cominciato ad approfondire gli affari del gruppo guidato da Pierfrancesco Guarguaglini e si è imbattuto in Lavitola e nel direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, amico di Lavitola e di Berlusconi. Nella telefonata del 13 luglio scorso tra Lavitola e Berlusconi intercettata dalla Procura di Napoli e allegata all’ordinanza di arresto del Gip Primavera, Pozzessere è citato più volte.

Il manager, secondo i pm, ha in comune con Berlusconi, un’amicizia colombiana: Debbie Castaneda, definita dai pm ‘modella colombiana e “amica” del Berlusconi’, ma nota anche come moglie di Marco Squatriti e per avere scritto una lettera piccata a Dagospia nella quale rivendicava i suoi studi e la sua attività a favore del suo paese e raccontava, dopo la pubblicazione delle sue vecchie foto mozzafiato, di essere stata presentata a Berlusconi dal presidente colombiano, Uribe. Nella telefonata con Berlusconi, Lavitola dice che Pozzessere avrebbe scritto una nota sul senatore eletto in Argentina, Esteban Caselli (definito da Berlusconi “pericoloso”). Berlusconi invece chiede a Lavitola di dire al manager di Finmeccanica di chiamarlo. L’editore de L’Avanti!, secondo i magistrati, non svolge solo attività informativa per il premier, ma percepisce commissioni estero su estero da Finmeccanica. Lavitola chiede al telefono a Pozzessere di fare una verifica sulle “commissioni”, ma questi, scrivono i magistrati di Napoli, “lo interrompe, dicendo che secondo lui il conto in Bulgaria non va bene, in quanto dopo i casini che hanno avuto in Finmeccanica, hanno dato disposizioni che i consulenti possono essere pagati o sul luogo dove lavorano – in questo caso Panama – o dove c’è la sede legale”. I pm ora hanno avviato gli accertamenti bancari perché “appare già di per sé anomalo e inquietante che un giornalista come il Lavitola parli di “commissioni” da pagare estero su estero da Finmeccanica”.

Lavitola nelle sue telefonate parla di contratti da controfirmare con tre società del gruppo: Agusta, Selex e Telespazio. L’altro filone delicato è quello dell’Eni. Lavitola e Tarantini al telefono sostengono il 17 giugno 2011 di essere arrivati a un passo dall’ottenimento di un importante appalto che dovrebbe essere approvato a fine giugno e cantierizzato a ottobre. Un emissario di Tarantini, tale Pino non ancora identificato dai magistrati, avrebbe incontrato anche un manager del gruppo. Il tutto grazie al presidente Berlusconi e alle sue pressioni sul presidente dell’Eni Scaroni. In una telefonata, dopo la sua fuga all’estero per evitare l’arresto, Lavitola fa capire di avere chiamato da un numero sicuro dell’hotel Sheraton anche Scaroni. Ma, al Fatto, fonti dell’Eni dicono che Scaroni non ha mai conosciuto né Tarantini né Lavitola.

di Marco Lillo e Antonio Massari