L’affaire delle tangenti per l’ex area Falck di Sesto San Giovanni è un terremoto politico non solo per Filippo Penati e il suo vice Giordano Vimercati, ma per tutto il Pd. Dopo la decisione del segretario del partito Luigi Bersani di convocare la commissione di garanzia per fare chiarezza e proteggere l’ “onorabilità e il buon nome del partito”, oggi è il giorno delle dichiarazioni politiche. A cominciare da quelle della maggioranza, con Maurizio Gasparri secondo il quale quello che emerge dall’inchiesta della Procura di Monza è un vero e proprio sistema: “Si scrive Penati si legge Bersani. Il sistema di potere dei Ds-Pd è la continuazione delle tradizionali vicende che hanno visto il principale partito della sinistra al centro di un sistema finanziario ricco di risorse e povero di trasparenza”, dice il presidente dei senatori del Pdl.

Che poi continua con parole durissime: ” Bersani spera di farla franca come capitò ai suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così si avviò verso la carriera ministeriale insieme alla sinistra a cui aveva garantito immeritata impunità”. Gasparri lancia accuse ben precise, che rimandano anche al passato: “Dall’Enimont e dalle coop al metodo Sesto gestito da Penati braccio destro di Bersani la storia non pare diversa”. E insiste: “Serve una campagna di verità. Bersani non si illuda di sfuggire alle sue colpe politiche e morali. Così come Penati e i compagni di Sesto non potranno evitare la realtà. C’è tutta una storia da riscrivere”.  E questa storia Gasparri la fa partire, con una curiosa allusione, “dalla Napoli degli anni ottanta”. Frasi pesanti che hanno fatto scattare subito una querela da parte di Walter Veltroni e poi da Piero Fassino.

Ma dello stesso avviso è Fabrizio Cicchitto che con un esercizio dialettico travestito di garantismo sostiene la stessa tesi del suo omologo a Palazzo Madama: “La criminalizzazione di Penati è del tutto strumentale e ha il solo obiettivo di far scomparire un sistema di potere politico ed economico del Pci-Pds non colpito ai tempi di Mani Pulite”. Rispolverando il vocabolario di Tangentopoli, il presidente dei deputati Pdl aggiunge che “Penati non è né un mariuolo né un criminale solitario, ma uno dei punti di riferimento politici di questo sistema”. Con una differenza tra ieri e oggi, secondo Cicchitto: “Nel passato il Pci operava in modo più attento e accorto la differenziazione di ruoli fra chi faceva politica e chi gestiva gli affari”.

Ai due esponenti del Pdl replica il parlamentare Pd Francesco Boccia, che sottolinea la diversità dalla maggioranza: “Noi non ci sogneremmo mai di parlare di complotti o di cambiare le regole in corsa come ha fatto il centrodestra con la giustizia perché difendere il lavoro della magistratura vuol dire difendere la Costituzione”.

Eppure anche da alcuni storici nomi del partito arriva un monito importante. Luigi Berlinguer, presidente della Commissione di garanzia convocata per il prossimo 5 settembre, dai microfoni di Radio24 invita all’intransigenza: “La corruzione non deve minimamente sfiorare il Pd. Noi dobbiamo essere più rigorosi della moglie di Cesare”. E annuncia, per il 9 settembre, una riunione di tutti i presidenti delle commissioni regionali, “per discutere di correttezza e regole di comportamento, perché siamo un partito che combatte la corruzione politica.”

Ma la questione è di immagine o di principio? E’ per la seconda opzione il costituzionalista ed ex presidente della Camera Luciano Violante, che invoca la rinuncia alla prescrizione del reato di corruzione da parte dell’ex capo della Segreteria politica di Bersani. “Non possiamo chiedere ai membri di partiti avversari di dimettersi o rinunciare alla prescrizione e poi non fare altrettanto con i nostri”, spiega in un’intervista al Corriere della Sera, aggiungendo che “in alternativa Penati dovrebbe dimettersi anche dal Consiglio regionale, perchè così dimostrerebbe di non voler più utilizzare la fiducia ricevuta dai cittadini che lo avevano scelto”. Stesso parere viene espresso anche dal vicesegretario nazionale del Pd Enrico Letta e dal parlamentare Luigi Zanda, che aggiunge: “Se Penati ha sbagliato, peraltro in anni in cui il Pd nemmeno esisteva, è giusto che paghi per intero il suo conto con la politica e la giustizia anche uscendo dal partito e rinunciando alla prescrizione”.

Intanto la polemica lambisce anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, candidato Sel supportato dal Pd alle elezioni amministrative. Dagli atti della Procura di Monza emergono contatti tra Penati, il presidente del Consorzio Trasporti Pubblici dei Comuni del Nord Milanese Antonio Rugari e Piero Di Caterina, che ha un contenzioso con Atm. In particolare, proprio Di Caterina  telefona a Rugari “per manifestare l’intenzione di contattare quelli che sarebbero stati nominati assessori nella nuova giunta milanese, con l’evidente scopo”, si legge nella richiesta dei pm, “di risolvere il contenzioso con Atm per la suddivisione degli introiti”. Subito dopo, Penati riceve questo sms da Rugari: «Ciao Filippo, considerata come è andata a Milano, credo che si possa tentare di risolvere la questione di Piero (Di Caterina, ndr ), prima che si vada oltre certi limiti e si degeneri. Magari ci possiamo vedere per capire come possiamo agire».

La replica di Pisapia però non tarda ad arrivare: “Nel formare la mia giunta ho preso le decisioni in totale autonomia e non ho mai avuto incontri, colloqui, suggerimenti, e tanto meno pressioni dirette o indirette, da parte di Filippo Penati, come da nessun altro”.