Le sue vignette sono molto popolari. Non solo in Siria, ma in tutto il mondo arabo. Perché colpiscono, con ironia diretta e micidiale, eppure delicata e poetica, i potenti, i raìs che stanno cadendo, più o meno fragorosamente, uno dopo l’altro. Saddam Hussein lo aveva perfino minacciato di morte per un disegno.

Una delle ultime vignette pubblicate sul suo sito www.ali-ferzat.com mostra una bilancia: alla base c’è scritto Siria; su un piatto una bomba, sull’altro un piccolo cuore. La bilancia pende dalla parte del cuore. E’ con disegni di questo tipo che Ferzat era riuscito a spostare in alto l’asticella della libertà di espressione in Siria e nel mondo arabo.

Negli ultimi mesi, come molti altri intellettuali siriani, a partire dal poeta Adonis, ha accentuato le critiche al regime di Bashar Assad e la sua galleria d’arte nel centro di Damasco era diventata uno dei porti franchi del dissenso. Giovedì pomeriggio Alì Ferzat è stato trovato sanguinante in una strada alla periferia di Damasco, non lontano dall’aeroporto.

Suo fratello Asaad ha raccontato all’emittente panaraba Al Jazeera che Alì, 60 anni, era stato rapito al mattino, mentre lasciava la sua galleria per ritornare a casa. Cinque uomini a volto coperto lo hanno caricato a forza su un’auto e lo hanno pestato duramente. «Lo hanno bastonato e gli hanno spezzato le dita – ha raccontato Asaad – Gli hanno intimato di non disegnare vignette satiriche sui leader della Siria».

Le caricature del presidente sono proibite, in Siria, ma Ferzat nei suoi disegni riusciva benissimo a far capire chi fosse ritratto, aggirando il divieto della censura, pur rispettandone la lettera. Nelle ultime settimane, però, ha anche sfidato apertamente il divieto. Per esempio, una delle vignette pubblicate la scorsa settimana, mostra Assad con la valigia che chiede un passaggio a Gheddafi.

Secondo il racconto di Asaad, gli uomini che hanno rapito e pestato Alì lo hanno minacciato: «Questo è solo il primo avvertimento». Alì è ricoverato e non è in pericolo di morte, ma il suo pestaggio ha provocato una nuova ondata di indignazione tra i siriani che si preparano a un nuovo, ennesimo, venerdì di preghiere e proteste contro il regime.

L’aggressione a Ferzat ha fornito l’occasione per una nuova dura critica al regime da parte del Dipartimento di stato Usa, mentre all’Onu giovedì c’è stato un incontro, a porte chiuse, tra i membri del Consiglio di sicurezza per discutere la bozza di mozione di condanna che i governi occidentali stanno preparando. Cina e Russia hanno disertato la riunione e l’ambasciatore russo all’Onu Vitaly Churkin ha detto che Mosca è pronta a usare il potere di veto, per bloccare la risoluzione e spingere gli altri paesi a usare «il dialogo» per indurre Assad ad attuare le riforme necessarie.

Un invito al «dialogo» tra il presidente siriano e l’opposizione è arrivato anche, per la prima volta, dall’Iran. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che finora non aveva commentato l’evoluzione della situazione in Siria, ha concesso un’intervista a una tv libanese: «Quello che è successo in Libia è quello che l’occidente vorrebbe vedere succedere anche in Siria – ha detto Ahmadinejad – Per questo il popolo siriano e il governo dovrebbero risolvere assieme i problemi e fare assieme le riforme». Piccolissimo segnale di allarme per Assad, anche da parte di quello che finora è stato il suo più fermo sostenitore politico e militare.

All’inizio della settimana prossima, inoltre, stando a indiscrezioni diplomatiche, dovrebbe arrivare anche un nuovo round di sanzioni europee, stavolta pure contro l’export petrolifero siriano, oltre che contro altri esponenti del regime e probabilmente direttamente contro il presidente.

di Joseph Zarlingo