Dicono di averlo sentito addirittura urlare, lui che ha modi bruschi ma pacati e che di rado alza la voce. E’ stato quando, proprio ieri in tarda serata, mentre al Senato Angelino Alfano cercava di riprendere le fila di un partito in ordine sempre più sparso, il ministro Tremonti, nella sua casa tra le valli del Cadore, ha ricevuto una telefonata da un esponente del governo che gli annunciava l’intenzione del Cavaliere di dar seguito alla richiesta di una parte consistente dei frondisti di aumentare, nella manovra, di un punto percentuale l’imposta sul valore aggiunto (iva). Ecco, pare proprio che il titolare del dicastero di via XX settembre si sia prima lasciato andare ad una colorita espressione di sorpresa e che poi abbia sbattuto il telefono in faccia al suo interlocutore.

Non ci sta proprio, Giulio Tremonti, a veder snaturata la sua creatura fatta sì di tagli, ma in grado di far sostenere all’Italia il peso della rinascita dalla crisi. E vive con grande sconforto il fatto di essere sempre più isolato dentro il Pdl, con la Lega che certo continua a sostenerlo, ma poi non si sa neppure per quanto; Tremonti lo sa che le modifiche che il Cavaliere ha annunciato per domenica non vedranno la luce senza il via libera anche di Bossi. E’ chiaro, quindi, che quello che si prepara per lui è già scritto; una sconfessione della “sua” manovra, che suonerà come una richiesta – ufficiosa – di farsi da parte.

Qualcuno, nel Pdl, si augura che lo scivolone vero per Tremonti arrivi in aula ai primi di ottobre, quando alla Camera si tratterà di votare per l’arresto di Milanese, ma non è detto (ed è questa la voce che circola in queste ore) che il ministro non faccia il bel gesto di lasciare il campo ben prima che si consumi il redde rationem in aula sul suo ex braccio destro. Nessuno, nel Pdl, pare abbia più intenzione di trattenerlo, neppure il Cavaliere. E, d’altra parte, se la manovra che uscirà modificata dalla commissione Bilancio non potrà più essere ricondotta a quella scritta dal ministro dell’Economia, lui potrebbe non sentirsi più responsabile e decidere di lasciare il campo prima dell’approvazione definitiva. Un’idea che, al momento, è stata solo ventilata da alcuni parlamentari pidiellini che lo conoscono meglio di altri, ma che trova anche riscontro nel fatto che il ministro è vissuto ormai come un corpo estraneo nel partito e questo, in caso di sfascio totale dopo l’approvazione della manovra, potrebbe paradossalmente giovare alla sua immagine. E a chissà quale futuro politico.

Già, perché la guerra intestina che si sta giocando intorno alla manovra ha di fatto reso il Pdl del tutto irriconoscibile e, soprattutto, incontrollabile nonostante gli sforzi titanici del neo segretario Alfano. La geografia del partito è totalmente cambiata; ‘frondisti’, malpancisti, sudisti. E poi scajoliani, alemanniani. Tutti uniti, però, sul fronte di uno scontento profondo che rischia di creare grattacapi al governo soprattutto alla Camera, dove bastano poche defezioni a mettere in discussione il via libera al testo che uscirà in prima lettura dal Senato. Ma c’è di più: nel novero degli scenari che si ipotizzano in queste ore, si delinea una convergenza Pdl-Udc, capace di mettere in difficoltà la Lega (e l’alleanza di governo) su singoli temi, come le pensioni.

L’obiettivo della maggioranza è trovare la fatidica ‘quadra’ sugli emendamenti al Senato e ‘blindare’ la manovra con un ampio accordo. Alla Camera, vera trincea del Berlusconi IV, bastano pochi ‘franchi tiratori’ o anche solo qualche assenza ‘strategica’ e il panico è servito. La situazione è fin d’ora delicata. ‘Frondisti’, sindaci, Forza del Sud, scajoliani e anche repubblicani metteranno nei prossimi giorni le loro proposte emendative sul tavolo del Pdl. Che dovrà poi mediare con la Lega. E il rischio di lasciare sul campo qualche scontento è alto. Tant’è che l’ipotesi, per il governo, di ricorrere già a Palazzo Madama al voto di fiducia, per serrare i ranghi, è ormai nelle cose. E lo stesso film verrà girato alla Camera, dove si fanno i conti e questi cominciano a non tornare più come prima. Solo i deputati ‘frondisti’ pidiellini usciti allo scoperto, sono infatti una decina (da Martino e Crosetto, a Stracquadanio, Bergamini e Bertolini), ma assicurano di essere ”di più” (circa 35, in tutto il Parlamento). Poi ci sono i sette deputati del movimento di Micciché, Forza del Sud, che condiziona ”all’approvazione dei propri emendamenti il suo voto finale”.

Neanche gli scajoliani, che a Montecitorio sarebbero più di 20, sono disposti ad allinearsi puramente e semplicemente al partito. E Gianni Alemanno, che da sindaco di Roma protesta per i tagli agli enti locali, può contare in ipotesi su 11 deputati a lui vicini. Mentre tra i malpancisti sparsi, si annoverano anche i repubblicani di Nucara, che ieri hanno incontrato Berlusconi. Capitolo a parte, la Lega Nord. Dove da qualche mese è emerso con chiarezza il fronte ‘maroniano’ (sono circa 30 deputati, sui 59 leghisti). Potrebbero arrivare a sfidare il no di Bossi sulle pensioni, pur di difendere le amministrazioni locali? Forse no, ma soprattutto alla Camera hanno la forza di far sentire il loro peso sulle scelte del Carroccio.

Ad ogni modo, con un occhio ai maroniani e nonostante il ‘niet’ di Bossi, il Pdl continua a battere proprio sul tasto delle pensioni: ”ci sta lavorando Alfano”, ha assicurato ieri al meeting di Cl Roberto Formigoni. E su questo terreno, spiegano in ambienti parlamentari, si potrebbe ritrovare l’asse Pdl-Udc cui tanti pidiellini guardano con interesse. La convergenza col partito di Casini (36 deputati) e con l’intero Terzo polo (67 in tutto) è infatti in grado alla Camera di permettere al Pdl di raggiungere la maggioranza e superare anche i veti del Carroccio. Ma questa è nulla più che un’ipotesi. Perché al netto dello scenario che si aprirebbe per il governo, i terzopolisti non sembrano così facili da convincere: per rendere la manovra ‘votabile’, ripetono, c’è bisogno di un restyling ben più consistente del solo intervento sulle pensioni. Un restyling a cui Tremonti sta assistendo silente, ma vigilante, dalle montagne del Cadore. Da dove non ha alcuna intenzione di scendere, almeno fino a sabato, quando è attesa una sua presenza al meeting di Rimini e sarà chiaro come Berlusconi vorrà riscrivere la “sua” manovra. A quel punto, le idee sul suo futuro potranno essere più limpide.