Un’operazione di trasparenza sull’appartenenza massonica dei funzionari della Regione Emilia Romagna. Questa la richiesta di interrogazione presentata da Giovanni Favia, consigliere del Movimento 5 Stelle: “Chi ricopre un incarico pubblico dichiari le proprie appartenenze”. Sulla libera associazione, come dichiara l’articolo 18 della Costituzione e come sottolinea lo stesso Favia, non c’è nulla di male né di illegale. Ma quanto influiscono i rapporti che intercorrono tra gli appartenenti alla massoneria sulle decisioni politiche e economiche nella regione Emilia Romagna?

Il comma secondo dello stesso articolo costituzionale, specifica il divieto di segretezza di tali aggregazioni. La legge Spadolini-Anselmi (varata nel gennaio dell’82 a seguito della commissione di inchiesta che vide l’emersione e conseguentemente lo scioglimento della Loggia P2), strinse le maglie sul tema, decretando che vanno considerate “associazioni segrete e come tali vietate dall’articolo 18 della Costituzione quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, ovvero rendendo sconosciuti, in tutto o in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”.

Le massonerie sono dunque associazioni pubbliche, hanno un fine dichiarato, che non interferisca con “i servizi pubblici di interesse nazionale”, e le cui liste di appartenenti sono regolarmente depositate in prefettura e consultabili. Tuttavia, “ci sono alcuni dei libri dei soci che sono custoditi quantomeno molto gelosamente”, prosegue Favia, e per quanto: “le logge non esistano più per legge, la massoneria in Italia è ancora un problema molto grosso, perché spesso è un modo per creare affari e strutture parallele. Chiediamo quindi solo un’operazione di trasparenza”.

Massonerie riconosciute, ma sconosciute dunque, giacché non vige l’obbligo di denuncia pubblica del legame associativo, per lo meno in Emilia Romagna. La proposta di legge lanciata del Movimento riprende infatti una legge regionale vigente in Toscana sin dal 1979 (articoli 12 della legge regionale n° 68 del 1983 e 9 della legge regionale n° 11/ 1979), che richiede ai funzionari pubblici una dichiarazione in tal senso, pena la revoca dell’incarico.

Ecco la richiesta depositata da Favia: introdurre l’obbligo di denunciare pubblicamente tali appartenenze: “Essendo molti incarichi pubblici assegnati sulla scorta di una conoscenza personale, di tipo fiduciario (lo è anche la “delega” elettorale), crediamo che sarebbe un’ottima operazione di trasparenza richiedere ai candidati ai pubblici incarichi una dichiarazione di appartenenza a organizzazioni”.

D’altra parte, anche il Consiglio di Stato ha decretato nel 2003 la legittimità di imporre l’obbligo di richiedere tali verifiche. “Sono sempre di più le storie delle persone frustrate dai legami massonici, soprattutto nella magistratura contabile e nella sanità – racconta Favia. Il fine, spiega il consigliere, è quello di “consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti conoscendoli fino in fondo, e mettendo eventualmente in luce alcuni legami importanti nell’intreccio fra politica e affari”.