Karima Amar Mohamed scrive il suo nome su un pezzetto di carta. Va a capo e aggiunge quello di suo figlio e la sua età: Mostafa Saber trattino 23 anni. Karima di anni ne avrà cinquanta, è molto agitata, quando parla gesticola tenendo stretta in mano una gigantografia arrotolata del figlio Mostafa che posa in jeans e maglietta Levis, poi sospira, prende coraggio e si passa un fazzoletto di carta sulla fronte.

A Marzo, quando è stato arrestato dai militari dello SCAF (l’acronimo inglese per Consiglio supremo delle forze armate egiziane), Mostafa stava tornando a casa dall’aeroporto dove prestava servizio militare. Nell’autobus in cui viaggiava è scoppiata una rissa. L’autista, racconta Karima, si è fermato e ha chiesto aiuto a un gruppo di militari che dopo aver sedato la zuffa ha prelevato di forza tre ragazzi tra cui suo figlio con l’accusa di aver rubato soldi ai passeggeri. Quando Karima viene a sapere dell’arresto di Mostafa è troppo tardi. Sono passate solo 48 ore ma il figlio è stato già giudicato da un tribunale militare e spedito nel carcere civile di Al-Fayoum, tra le prigioni più grandi in Egitto in cui dall’inizio della rivoluzione (25 gennaio 2011) a marzo, secondo un comunicato diffuso da Amnesty International, sono morte decine di prigionieri in “circostanze orribili”.

“Mostafa dovrà scontare cinque anni ma è stato assistito da un fake lawyer, un falso avvocato” spiega Salma Abdel Gelil, volontaria dell’associazione No military trials for civilians (No ai processi militari per i civili). “I falsi avvocati”, denunciati più volte dall’organizzazione di Salma, sono avvocati d’ufficio la cui lista è nelle mani dei militari, “entrano in azione quando un imputato non ha un legale. Il loro lavoro consiste nell’apporre la propria sigla sulla pratica senza mai comparire in aula”.

Ora, madre e figlio sono in attesa dell’appello di cui però non si sa ancora la data. Salma racconta che l’organizzazione “No Military trials for civilians” è nata nel marzo scorso quando la luna di miele tra il popolo egiziano e i militari è arrivata al capolinea. “Secondo le nostre stime sono circa 12000 le persone sottoposte ingiustamente a un processo militare e finora soltanto cinque sono state rilasciate, tra cui il blogger Loai Nagati e l’attivista politica Asmaa Mahfouz”. Vale a dire le persone più visibili mediaticamente. E le altre 11995 anime? Salma racconta dell’incontro avvenuta tra due avvocati della sua organizzazione e i membri SCAF, “Hanno negato tutte le violenze commesse sui detenuti, dicendo che loro perseguono solo criminali”. No Military trials for civilians ha poi recapitato le testimonianze raccolte al primo ministro egiziano Essam Sharaf “da cui però non abbiamo mai avuto risposta –  dice – mentre il governo a maggio ci aveva promesso che avrebbe preso dei provvedimenti”.

In quel numero agghiacciante c’è anche la cartella del figlio di Amal Abdel Gaward, Mostafa Hamada, 17 anni, prelevato dalla polizia il 28 giugno scorso durante una manifestazione al Balloon Theatre al Cairo. Ora si trova nella prigione militare di Ismailia road. Amal lo può andare a trovare una volta alla settimana, il lunedì. E da quasi due mesi ascolta impietrita le sue parole. “Quasi tutti i giorni mio figlio è obbligato a stare sotto il sole dalle sette della mattina alle tre del pomeriggio a piedi nudi con le mani appoggiate in testa. Poi lo obbligano a strisciare nudo per circa duecento metri sull’asfalto bollente”. Amal tira fuori dalla borsa una medicina, me la porge e dice che è una pomata che i militari hanno dato a suo figlio per curarsi le abrasioni e le ferite. Si tratta di un antibiotico prodotto dalla A.F. pharmaceutical, e Amal è convinta che A.F. stia per Army Forces, “forse è una medicina fatta dalle forze armate”.

In verità non è così: è la sigla di una casa farmaceutica come tante altre. Ma che importa. Amal aspetta martedì quando verrà emessa la sentenza per sapere il destino del figlio. Il suo per ora è tragicamente limpido: alcune donne, in certe parti del mondo, sono condannate alla speranza.

di Alessandra Cardinale