ISTANBUL – Tra Roma e i Giochi olimpici del 2020 c’è un nuovo e determinatissimo ostacolo. Perché sabato, in un’affollata conferenza stampa nella “casa olimpica” immancabilmente dedicata ad Atatürk del sobborgo di Ataköy, il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan ha ufficialmente lanciato la candidatura rivale di Istanbul. Non è la prima volta che la capitale dell’Impero ottomano ci prova: con 4 tentativi di fila – tutti falliti – per le edizioni dal 2000 al 2012.

Fermi un giro, di nuovo in pista per l’edizione numero XXXII: “Con la convinzione stavolta di poter centrare l’obiettivo”, ha affermato il premier dichiaratamente “molto eccitato” e spesso interrotto da applausi. Rispetto all’Italia, poi, la Turchia cerca il riscatto dopo il braccio di ferro, finito con una sconfitta forse immeritata, di Smirne, battuta da Milano nella corsa all’expo universale del 2015 e desiderosa di aggiudicarsi il prossimo; molte delle infrastrutture previste sono state comunque realizzate, già a fine aprile Erdoğan ha sciolto la riserva e ha inviato una lettera al Bureau di Parigi per certificare l’impegno del governo turco a sostenere la candidatura politicamente e finanziariamente, durante la campagna elettorale per le politiche del 12 giugno il leader dell’Akp ha inoltre annunciato ulteriori progetti di modernizzazione e sviluppo per la città sull’Egeo.

Anche Istanbul, grazie ai precedenti tentativi, parte in una posizione di vantaggio: “Abbiamo imparato dai nostri errori”, ha dichiarato Erdoğan – già sindaco della città dal 1994 al 1998, quindi personalmente coinvolto – promettendo un appoggio strategico e più incisivo che in passato; lo stadio olimpico è stato da tempo costruito e ha ospitato ad esempio la finale di Coppa dei campioni tra Liverpool e Milan nel 2005; il parco olimpico è stato dettagliatamente progettato e preventivamente inserito in un capillare sistema di trasporti: sarà ultracompatto, con villaggio olimpico e centro per i media nel raggio di tre chilometri. Il discorso del premier è stato retorico, politico, pragmatico. Ha inneggiato ai valori olimpici, su cui puntare “per stabilire la pace nel mondo”: ma li ha disinvoltamente legati al ruolo rivendicato dalla Turchia – per esperienza storica e consapevole vocazione – di mediatrice e ponte tra culture, di co-fondatrice insieme alla Spagna dell’Alleanza di civiltà che vuole disinnescare gli scontri – o clash – che nascono da una cattiva conoscenza dell’altro. I principi universali a cui si ispirano i giochi, attraverso un’esperienza di condivisione, fanno infatti sì “che le differenze si trasformino in arricchimento, i conflitti in tolleranza, l’ostilità in affetto”.

Ma la Turchia ha anche credenziali molto concrete da far valere. Erdoğan ha rivendicato gli investimenti fatti nell’ultimo decennio per migliorare la dotazione di impianti di ogni tipo, le misure per incentivare la pratica sportiva dei giovani a livello scolastico e agonistico, l’organizzazione senza sbavature dei mondiali di basket l’anno scorso e i giochi della gioventù europei di Trabzon il mese scorso, un vasto programma di espansione infrastrutturale – porti, aeroporti, ferrovie, autostrade – che sta trasformando il paese, una invidiabile solidità economica – a differenza di Roma o Madrid (ha parlato di rivali, senza far nomi) – che è garanzia di successo.

“Solidità, sicurezza e forza”: queste le parole che per il primo ministro meglio descrivono sia lo sviluppo rampante della Turchia, sia le capacità operative del comitato organizzatore. Gli hanno fatto eco il presidente del comitato olimpico, Uğur Erdener; e l’attuale sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş: per il quale “Istanbul non è mai stata pronta come adesso”. Per i dettagli operativi e il logo ci sarà ancora da aspettare: ma probabilmente non si discosteranno molto da quelli di otto anni fa. Per la decisione finale, c’è da aspettare un anno e poco più: perché il vincitore – tra Roma, Istanbul, Madrid, Tokyo e forse altri – verrà proclamato in occasione della riunione del Cio a Buenos Aires il 7 settembre 2013. E la Turchia stavolta pensa davvero di farcela.

di Giuseppe Mancini