“I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. Così me ne vado più disperato che mai, non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”. 3 luglio 1995, Pian de’ Giullari. Firenze. Questo lasciò scritto Alexander Langer, 49 anni, cattolico autodidatta, come amava definirsi, nato a Sterzing-Vipiteno, uomo senza patria e con molte patrie, intellettuale che parlava cinque lingue e aveva cento vite, costruiva ponti, univa popoli, faceva politica da persona che con questa politica, prima di scegliere di allontanarsi volontariamente dalla vita.

Scelse un albero di albicocco, si tolse le scarpe, e ci lasciò al nostro Grande freddo, come disse Daniel Cohn Bendit a Repubblica, il giorno successivo. Ci lasciò orfani di migliaia di cartoline, appunti, riflessioni, strette di mano, viaggi. Ci lasciò molti scritti e un’eredità difficile da gestire. Quella sua. Quella di un uomo ostinato e fragile, curioso, intelligente, caparbio, fondatore di Lotta continua prima (fu l’ultimo direttore a firmare il giornale, ma all’epoca il suo lavoro vero era insegnare in un liceo lontano dalla Roma di Trastevere), poi dei Verdi, dei quali non fu leader per scelta, ma capogruppo al parlamento di Strasburgo.

Ci lasciò mentre l’Europa, lui che l’aveva già vissuta, si affannava a scegliere una via condivisa che ancora oggi stenta a trovare.

Sedici anni di assenza sono tanti per chi gli ha voluto bene e chi cercava nelle sue parole una risposta o l’illusione di averla. Verrebbe voglia di chiamarlo, a Strasburgo o a Bolzano, la città dove aveva scelto di combattere la sua battaglia più difficile, quella della convivenza etnica o nell’ex Jugoslavia ormai dimenticata.

C’erano pochi telefonini allora, ma bastava un messaggio e Alex ti avrebbe richiamato. Chiunque tu fossi o per qualsiasi cosa tu lo cercassi. Aveva un’iperattività quasi compulsiva, viaggiava e conosceva persone, ne imparava la lingua, se già non la conosceva. Scriveva cartoline, tante, con minuzia e attenzione, quasi fossero opere letterarie. E molti appunti di viaggio, discorsi. Scarabocchiava quelle che sarebbero diventate proposte di legge.

Ogni tanto lo incontravo sul treno che ci riportava a Bolzano, io da viaggi molto modesti, lui dal mondo. E ogni volta era l’illuminazione su qualcosa che non vedevo. Parlava, e dietro gli occhiali da miope nascondeva due occhi azzurri che avevano un’innata capacità: quella di farsi ascoltare.

Questo era Langer, il politico di una politica che non esiste. Il politico di professione che rendeva pubbliche le entrate e le uscite di denaro quando ancora tangentopoli era un fenomeno da film di serie B firmati da Alberto Sordi. Un uomo che in quell’ambiente era un alieno e lo sarebbe sempre stato. Perché era più intelligente di tutti gli altri. E perché costruiva per gli altri, mai per se stesso.

Difficile pensare a cosa avrebbe detto oggi, anche per me che negli ultimi anni che ha vissuto l’ho frequentato e ascoltato decine di volte. Che ho divorato i suoi appunti e le cartoline che spediva da luoghi lontani da ogni immaginazione.

Difficile sapere cosa avrebbe detto dell’Italia berlusconiana e leghista e di un’Europa sempre più bottegaia, lontana da quella che lui aveva sempre intravisto.

Se Berlusconi è arrivato che eri ancora in vita, caro Alex, il berlusconismo si è radicato negli anni a venire. Un anno e due mesi dopo da quel giorno in cui hai fatto della tua vita un cappio, Umberto Bossi (lo ricordi?) proclamò la Repubblica della Padania. Oggi vuole trasferire i ministeri non si sa bene dove, e appena ha bisogno di voti proclama la secessione. E’ lo stesso Bossi di allora, molto più potente (brutta parole per chi, come te, era convinto che nessuna utopia fosse irraggiungibile) e sempre scomodo, pericolosamente a cavallo tra la sete di potere, sua e dei suoi fedeli, e la voglia di compiacere un popolo strano, quello di Pontida, che lo venera come se fosse l’ultimo dei reali.

Tu che riuscivi a dialogare col più difficile degli avversari come il padre dell’autonomia sudtirolese-altoatesina, Silvius Magnago, che rispettavi e dal quali eri rispettato, non so se avessi fatto ancora il politico di professione dopo aver visto sfilare ministri che si sono chiamati Castelli, Calderoli, Speroni e chi più ne ha più ne metta. Quello stesso Bossi ha portato a Strasburgo un personaggio che si chiama Mario Borghezio, che non ti stiamo a descrivere per puro e semplice pudore, uomo con cui non è possibile dialogare, neppure per te che avevi fatto del dialogo una scelta di vita prima che politica. Non credo saresti rimasto un momento di più ad ascoltare, lì dai banchi di Strasburgo, le oscenità che ogni giorno riesce a propinare.

Sì, Alex, è stato difficile continuare in ciò che era giusto. L’unica cosa che, credo, possa consolarti, è che ci sono persone che ogni giorno ci provano, in tutti le maniere. Sono sicuro che in questi giorni saresti stato in Val di Susa, a manifestare contro la Tav, sciagurata scelta politica che non può che essere in conflitto con la tua idea di “più lentamente, più in profondità, con più dolcezza”, che ci avevi spiegato come radicale rovesciamento del motto olimpico “più veloce, più alto, più forte”.

C’erano migliaia di persone a gridare la loro indignazione lungo quei binari che stravolgeranno la geografia di una valle.

“Se avessi di fronte a me un uditorio di ragazze e ragazzi”, disse Adriano Sofri al parlamento europeo pochi giorni dopo la morte di Langer, “non esiterei a mostrar loro com’è stata bella, com’è stata invidiabilmente ricca di viaggi e di incontri e di conoscenze e imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore, la vita di Alexander. Che stampino pure il suo viso serio e gentile sulle loro magliette. Che vadano incontro agli altri col suo passo leggero, e voglia il cielo che non perdano la speranza”.

Il tuo passo c’è chi lo ha seguito, caro Alex. Ci manchi, ma l’ostinata voglia di non piegarsi e costruire ponti l’hai lasciata in eredità. Di questo, ne sono certo, saresti fiero.