I fatti di questi giorni – il voto contro l’immunità del deputato Papa e quello inverso a favore del mantenimento delle prerogative parlamentari per il senatore Tedesco, più l’esplosione della vicenda giudiziaria che coinvolge Penati – rappresentano la difficoltà in cui nuota l’intero sistema politico nazionale, stretto tra una crisi ormai conclamata del Governo, ancor più di Berlusconi, e la mancanza di un’alternativa politica credibile da parte del centrosinistra.

Il segretario del Pd è intervenuto sul Corriere della Sera per separare le responsabilità eventuali di Penati dal partito e ribadito la scelta inequivocabile della legalità e del rispetto della funzione della magistratura: non è poco nell’epoca delle leggi ad personam, dei lodi, di tutti i sotterfugi escogitati da Berlusconi per evitare di rispondere delle sue responsabilità di fronte alla legge. Mi ha colpito una frase della lettera di Bersani dove scrive, ed è un elemento centrale della sua analisi, che rispetto alla questione morale le donne e gli uomini del Pd non sono “geneticamente diversi ma lo vogliono essere sul piano politico”.

Eppure in questa precisazione si nasconde una riserva, un’elusione, che secondo me rappresenta anche la debolezza di questa cultura politica e di questa leadership; perchè sottolineare che non c’è una differenza umana tra chi vuole aggirare le leggi e affermare la propria impunità (come fa Berlusconi) e chi invece si assume la piena responsabilità delle sue azioni e si rimette al giudizio del tribunale, è surrettizio e intende altro. L’essere diversi non sta solo nella scelta doverosa e coerente di accettare il rigore della giustizia, la differenza sta proprio nel comportamento personale di non prestarsi a compiere attività che possano essere oggetto di critica e d’indagine; in questo senso la diversità sta nella capacità umana, culturale e morale, di comportarsi in modo inappuntabile.

La diversità non è nel codice genetico, ma è semplicemente nella capacità di mantenersi onesti, così da essere un esempio per i cittadini onesti, non per i furbi, perché l’onestà non è una scelta politica, ma una scelta di vita. Riecheggia nelle parole di Bersani, a parer mio, ancora il timore di riportare il pensiero a quella “diversità” che fu orgogliosamente rivendicata da Enrico Berlinguer e che fu vissuta con malcelata insofferenza da una parte dell’allora gruppo dirigente del Pci, che non vide l’ora di liberarsene come fosse un’insopportabile fardello quando, dopo l’eliminazione del nome e dell’identità, si vollero cancellare anche i tratti salienti della cultura che aveva reso grande quel partito, nell’epoca su cui si stese il velo dell’oblio. Al punto da scrivere libri e rilasciare interviste sul superamento definitivo di qualsiasi differenza nella sostanza politica tra i partiti, a inneggiare al craxismo come antitesi innovativa al berlinguerismo, relegato tra gli oggetti obsoleti della storia, tranne poi da qualche tempo rendersi conto che quell’eredità costituisce ancora un patrimonio di senso di cui non si può fare a meno se non si vuole cancellare l’idea stessa del cambiamento.

Un pensiero, quello di Berlinguer che rappresenta uno dei punti più alti dell’etica politica, in cui, nonostante il passar del tempo, ancora una parte rilevante della società si riconosce.

Nel frattempo l’Italia, in questi ultimi vent’anni, ha conosciuto uno dei periodi di peggiore declino dalla sua storia centenaria: il predominio dell’affarismo e della speculazione in tutti i campi è dilagato, basta pensare alla crescita abnorme della rendita immobiliare, all’urbanistica contrattata che ha travolto ogni capacità di programmazione pubblica (Bersani vi accenna ma non approfondisce), la classe politica ridotta al ruolo d’intermediaria e regolatrice d’interessi particolari, di gruppi economici e potentati finanziari,   ha determinato lo svuotamento dei Partiti da ogni reale funzione, la selezione non è stata più rivolta a promuovere i migliori, i più capaci e i più onesti e – purtroppo occorre ammetterlo – ha riguardato anche la sinistra.

Fino ad introiettare quel modello rampante, elitario e privilegiato, di una classe politica, accecata dai soldi che cura soprattutto il proprio standing economico e sociale e non le idee, relegate nell’ambito delle vetustà superflue; il mestiere  politico come pragmatismo empirico del fare e far fare affari. Tutto questo il berlusconismo l’ha consacrato, l’ha reso teoria di stato e condicio sine qua non del far politica, e tanti si sono conformati.
Come si fa a non capire che il senso di disgusto, d’indignazione e di rivolta espresso in tanti modi in questi mesi, affonda le sue radici in questa insopportabile distanza tra ceto (e censo) politico e società?
Un partito che vuole davvero rappresentare il grande bisogno di cambiamento del Paese, non può presentarsi con queste credenziali, con tanteanatre zoppe e vecchi arnesi, accerchiato da gruppi d’affari che vogliono mangiare alla greppia pubblica, mentre c’è bisogno di dare prospettive ad intere generazioni di giovani fuori dal lavoro, da ogni diritto e da ogni prospettiva; come si fa a non vedere che se non mutano questi paradigmi, i vari Grillo riceveranno sempre più consenso.
Occorre uno scatto di reni, occorre ritrovare la forza morale di cambiare rotta e soprattutto di ridare senso al far politica che non sia la solita zuppa rimestata di personaggi che hanno fatto il loro tempo e soprattutto approfittato del loro ruolo, occorre aprire porte e finestre e far entrare aria nuova, altrimenti il tanfo finirà per appestare completamente l’aria e travolgere ogni speranza.


“La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile. Ma colui che può farlo deve essere un capo e non solo questo, ma anche – in un senso assai poco enfatico della parola – un eroe. Pure coloro che non sono né l’uno né l’altro devono altresì armarsi di quella fermezza interiore che permette di resistere al naufragio di tutte le speranze, già adesso, altrimenti non saranno in grado di realizzare anche solo ciò che oggi è possibile. Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: «Non importa, andiamo avanti», soltanto quest’uomo ha la «vocazione» per la politica.”
Dalla conferenza di Monaco del 1919 “Politica come professione” di Max Weber su etica dei principi ed etica della responsabilità

http://antemp.wordpress.com/2009/10/04/max-weber-etica-dei-principi-ed-etica-della-responsabilita-1919/