Rupert Murdoch al lancio di "The Daily" il 2 febbraio 2011

Da oggi, di sicuro, il rapporto fra la politica britannica e Rupert Murdoch non sarà più lo stesso. È bastato che i tre principali partiti – conservatori, liberaldemocratici e laburisti – si coalizzassero contro il magnate australiano in un infuocato dibattito in parlamento, ed ecco il proprietario di mezzo sistema informativo del Regno Unito abbandonare la scalata a BSkyB, il canale satellitare di cui già deteneva il 39% e di cui voleva ottenere il 100%. Il rapporto non sarà più lo stesso perché fra poteri al governo e Murdoch l’amore è – quasi – sempre stato corrisposto. E la musica cambierà perché oggi il tycoon – che ha ricevuto il suo più grande schiaffone da quando lavora nel campo dei media – ha forse capito di non poter fare tutto quello che vuole, con chi vuole, come vuole.

E pensare che tutto è nato da Milly Dowler, una ragazzina rapita e poi assassinata, il cui cellulare fu intercettato da investigatori privati al soldo di News of the World, il tabloid di Murdoch fatto morire forzatamente domenica scorsa. Il destino dell’uomo più potente in Gran Bretagna – nonostante sia australiano naturalizzato statunitense – si è intrecciato così con quello di tanta gente comune e meno comune, i cui telefoni, conti correnti, persino cartelle cliniche – come è successo all’ex primo ministro Gordon Brown – sono stati illegalmente hackerati da giornalisti senza etica.

Così, oggi, James, figlio di Rupert, finalmente lo ha detto: «Rinunciamo alla scalata. Non ci sono le condizioni». Un affare da 8 miliardi di sterline, per un canale, BSkyB, capace di muovere un miliardo di sterline all’anno, quattro volte i profitti netti che la casa reale e la regina Elisabetta ricevono dai loro possedimenti. «Chiaramente rimaniamo con il nostro 39% – ha continuato James Murdoch, che è a capo di tutti gli affari britannici di News Corporation – e siamo orgogliosi di continuare a far parte di questo canale». Intanto, le azioni del colosso in questi giorni hanno perso terreno. Così come hanno perso copie vendute le due testate ammiraglie di Murdoch, il Times e il Sun.

Un Sun che oggi, da perfetto tabloid e macchina da guerra, mette in prima pagina una foto del successore di Tony Blair, con una scritta a caratteri cubitali: «Brown sbaglia». Secondo il giornale, che ha una base di cinque milioni di lettori, le informazioni sulla salute del figlio dell’ex premier furono ottenute in modo legale, tramite un informatore, nessuno fu intercettato. Ma Brown, rilasciando un’intervista alla BBC, solo ieri diceva: «Ho pianto quando ho saputo che avrebbero pubblicato queste cose disgustose».

Downing Street, quindi il primo ministro David Cameron, ha subito accolto con soddisfazione la notizia: «Ora News Corporation deve rimettere a posto in casa sua», afferma un comunicato ufficiale un po’ informale. Difficile, comunque, fare ordine con il prezzo delle azioni che crolla e con un Paese indignato, compresi gli inserzionisti pubblicitari, che dopo il caso di Milly Dowler avevano abbandonato in massa le pagine del poi defunto News of the World. Una sfida che vedrà nei prossimi giorni l’ottantenne Murdoch provare a riallacciare i rapporti con un tessuto britannico assai sfibrato, mentre anche negli Stati Uniti, sulle prime pagine dei giornali, ci si interroga sull’aggressività delle testate e dei canali televisivi di sua proprietà.

Intanto, tornando al Regno Unito, sul fronte dell’opposizione, i laburisti gioiscono. Subito dopo la notizia dell’abbandono della scalata, il ministro-ombra della cultura Ivan Lewis ha attribuito questa «vittoria» al leader del suo partito, Ed Milliband. Che, oggi all’ora di pranzo, è riuscito a portare in parlamento Cameron e a farlo pronunciare contro l’acquisizione della totalità di BSkyB da parte di Murdoch. «Oggi ha vinto la gente comune», ha detto Milliband dopo il dibattito e qualche minuto dopo l’annuncio del figlio del magnate. Risollevando – chissà per quanto poi – le sorti del giornalismo e dei politici britannici, duramente compromesse in questa ultima settimana di fuoco incrociato.

di Matteo Impera