La primavera araba contagia il Sudest asiatico e spaventa i governi, che potrebbero veder sbocciare la “primavera d’Oriente”. In Malaysia, uno degli stati maggiormente democratici dell’area – segnata da leadership autoritarie in Birmania, Laos e Vietnam – un’ampia sollevazione della società civile prevede di portare in piazza, domani 9 luglio, nella capitale Kuala Lumpur, 400mila persone, perlopiù giovani, al grido di “trasparenza e riforme”. Si tratta della più imponente manifestazione della società malaysiana dai tempi dell’indipendenza e, a ben guardare, il governo del premier Najib Razak ha tutte le ragioni per esserne preoccupato. Tant’è che la reazione che ha avuto a tale inattesa novità è stata perlomeno scomposta.

L’iniziativa è partita dal movimento “Berish 2.0” (che significa “pulizia”), un forum di oltre 80 organizzazioni non governative che si connotano (quel “2.0” la dice lunga) per un approccio giovane, moderno, progressista, democratico, cha fa ampio riferimento alle nuove tecnologie, ai blog e ai social network.

In vista delle elezioni generali previste nel 2012, il forum ha inoltrato mesi fa alla Commissione elettorale nazionale, una serie di richieste: elezioni trasparenti, equità, onestà, parità di trattamento dei diversi partiti. A tale riguardo Berish ha segnalato abusi che secondo l’organizzazione hanno condizionato pesantemente le scorse tornate elettorali: compravendita di voti, “elettori fantasma” nelle liste, problemi nel voto per corrispondenza, manomissioni nelle macchine che conteggiano i le preferenze, mancato uso di inchiostro indelebile e una campagna elettorale troppo corta. La Commissione, dal canto suo, non li ha degnati di una risposta. Di qui la convocazione della piazza, con lo sguardo rivolto – anche se non esplicitamente – ai giovani della “primavera araba”.

Il governo dell’Umno, il partito espressione della maggioranza della popolazione malaysiana, di etnia malay e di religione musulmana, si è visto destabilizzato da questa prova di forza e ha reagito in modo autoritario. Nelle scorse settimane ha dichiarato “illegale” il forum “Berish 2.0”, arrestando 200 attivisti. Non ha esitato a varare misure straordinarie per impedire la manifestazione annunciata: la polizia presidia le vie d’accesso a Kuala Lumpur, chiuse dalla mezzanotte di oggi, per impedire l’afflusso di manifestanti; gli assembramenti pubblici sono vietati e 91 leader di movimenti civili sono stati diffidati dal prendere parte all’evento.

Perfino il Re Tuanku Mizan Zainal Abidin – cosa più unica che rara – è giunto in soccorso di un governo traballante e ha lanciato un messaggio alla nazione, richiamando gli animi alla calma. Tuttavia la manifestazione – forse per non tirare troppo la corda, in uno stato che garantisce le libertà individuali nella Costituzione – è stata autorizzata, ma in uno stadio fuori città.

I leader di Berish, appellandosi alla Carta costituzionale, hanno annunciato, dal canto loro, di voler tenere la manifestazione nel “Merdeka Stadium” di Kuala Lumpur: la struttura ha un significato storico e simbolico, in quanto fu costruito in occasione della Dichiarazione di Indipendenza della Malaysia nel 1957. Il tira e molla è destinato a continuare e per le strade di Kuala Lumpur si respira una clima di grande attesa. Soprattutto fra i giovani: se si considera che i giovani fra i 15 e 40 anni costituiscono oltre il 40% della popolazione complessiva (24,5 milioni di abitanti), si comprende la portata di un fenomeno che, partendo da un appello alle riforme, potrebbe davvero imprimere una svolta alla vita politica nazionale.

Va detto che al nuovo movimento riformista si salda un latente malcontento sociale: nella società multietnica e multiregliosa che caratterizza la Malaysia resta aperta la questione della “discriminazione legalizzata”. Le politiche nazionali, in molti settori, privilegiano apertamente i cittadini di etnia malay (circa il 60% della popolazione), rispetto alle altre componenti sociali e religiose (le consistenti minoranze cinesi, indiane e indigene che costituiscono comunque il restante 40%). Il governo di Najib Razak, espressione della maggioranza, oggi si trova di fronte a un dilemma: eliminare quei privilegi che beneficiano ampia parte del suo elettorato; o promuovere un pacchetto globale di riforme, secondo principi di maggiore giustizia ed equità sociale. Ma intanto, mentre si mostra titubante o usa il pugno duro per restare in sella, l’onda della “primavera d’Oriente” potrebbe travolgerlo.

di Sonny Evangelista – Lettera 22