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Il Pd berlusconiano

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Ora lo sappiamo. Con atto ufficiale firmato dalla Camera dei deputati. Agli atti parlamentari del 5 luglio 2011. Di fronte  alla proposta dell’IdV di eliminare le province per cominciare a tagliare i costi della politica da camorra, il Pd si è «astenuto». Non ha detto sì come aveva promesso e come avevano promesso tutti e su cui hanno giocato in alcune tornate elettorali. Non ha detto no formalmente, ma ha detto no all’eliminazione delle province per garantire il sottobosco, i riciclati, figli, nipoti e affiliati.

Speravamo che sull’onda del referendum il Pd avesse un sussulto di coscienza e insieme con gli altri, anche Casini, poteva avere la maggioranza in parlamento e battere ancora una volta il governo.

Il Pd non vuole che Berlusconi cada, grida di volerlo mandare a casa, ma poi all’atto pratico vota sempre per salvarlo. Non potendo sfacciatamente votare con la maggioranza che sarebbe stato peggio della legge salva Fininvest, cosa fa il caro ex Partito democratico? Si astiene. Sta fermo e si astiene. Sta immobile, gioca a bocce ferme e si astiene. Come un lampione che illumina la notte, ma sta fermo e aspetta. Si astiene perché le province «si occupano dei permessi per l’urbanistica» (Bersani).

Conseguenze: Berlusconi regge, la maggioranza non cade, il Vaticano gode e gli Italiani sono fritti e ripassati. Non è più il Pd, ma il Pdiscilipoti. Poi dicono che uno si butta a sinistra!

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