“Ma quale stagione dei referendum, abbiamo alle spalle un referendum nella Cgil sull’accordo separato del 2009 che non ha prodotto risultati e quelli della Fiat sono stati imposti in modo autoritario e populista dall’azienda”. Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso difende l’accordo raggiunto con Confindustria, Cisl e Uil il 28 giugno sui contratti e la rappresentanza. I punti critici, contestati dai metalmeccanici della Fiom di Maurizio Landini, sono soprattutto due: a livello aziendale gli accordi saranno validi e vincolanti se approvati dalla Rsu, cioè dai rappresentanti sindacali eletti dai dipendenti, e non da un referendum tra i lavoratori. Secondo punto: gli iscritti ai sindacati parte della Rsu sono vincolati alle intese approvate, anche per quanto riguarda gli scioperi, che si fanno secondo le regole concordate (oppure a titolo individuale). Secondo la Fiom questo significa limitare il diritto di sciopero.

Segretario Camusso, c’è una riduzione della democrazia ora che il potere passa ai rappresentanti sindacali in azienda?
La democrazia di un sindacato non è riconducibile ai referendum. La forza fondamentale è data dagli iscritti e dai voti ottenuti dai rappresentanti dei lavoratori. Chiedendo il voto si determina una rappresentanza democratica.

Ma nelle Rsu un terzo dei posti sono garantiti ai tre grandi sindacati.
Non è una quota garantita, lo statuto dei lavoratori affida il potere contrattuale solo alle organizzazioni sindacali. Con l’accordo del 1993 si è trovata questa formula per assicurare che ci sia una relazione tra chi firma il contratto nazionale e chi contratta in azienda. Con il nuovo accordo anche quella quota è proporzionata ai voti ricevuti.

Dopo questo accordo bisogna capire bene cosa faranno le Rsu: visto che l’intesa con Confindustria prevede l’”adattabilità” dei contratti nazionali a livello aziendale. Qual è la differenza con le deroghe a cui vi siete sempre opposti?
Con le deroghe si cancellano pezzi del contratto, la Fiat lo cancella addirittura tutto. Ora il contratto sarà fatto da principi generali, non è obbligatorio che a livello nazionale si decidano per esempio tutti i dettagli dei turni. Servono principi forti sul contratto collettivo nazionale di lavoro che poi si adattano alla realtà dell’azienda.

Nel concreto cosa significa?
Che ad esempio un’azienda informatica può voler investire più sui profili ingegneristici o di ricerca e meno su contabili e amministrativi. Noi vogliamo che invece di farlo con la contrattazione individuale e con contratti atipici si faccia a livello aziendale. Senza ledere i principi generali.

Perché la Fiom è così critica, allora, su questo accordo?
La Fiom ha sempre sostenuto il referendum a prescindere. La Cgil no: in interi settori è impossibile, non sempre si possono raggiungere i lavoratori. Basta immaginare un referendum tra i marittimi, o tra i lavoratori di un cantiere dell’alta velocità. La democrazia non è fatta solo dal voto finale, io sono preoccupata da un’idea populista che crede solo nel rapporto diretto tra la segreteria nazionale e i lavoratori.

Si può dire che la Fiom ha un’idea di democrazia diretta e la Cgil di democrazia rappresentativa?
Per noi ci sono varie forme di democrazia. Preferiamo una composizione tra gli elementi della democrazia rappresentativa e quella del coinvolgimento e del voto, crediamo in una responsabilità dei rappresentanti. Il sindacato non è un movimento.

Che sembra un po’ l’idea della Fiom.
Se è questo, negano la loro tradizione, perché sono il primo sindacato fondatore della Cgil, con 110 anni di storia. Che è quella di una grande organizzazione, non di un movimento.

Poi c’è il problema della clausola di tregua che limita gli scioperi.
La clausola di tregua, è prevista dall’accordo del 1993, c’è in accordi aziendali di alcune fabbriche anche metalmeccaniche come l’Ilva. Significa semplicemente che prima di iniziare uno sciopero o un conflitto si discute con l’azienda. Qualora si definiscano le clausole, che non sono obbligatorie, comunque non hanno effetto sul singolo lavoratore. Mentre la Fiat voleva una clausola di responsabilità individuale.

Ma è difficile che un lavoratore da solo si metta a scioperare se il sindacato non lo fa…
Ma non c’è il divieto di sciopero! Il sindacato può comunque scioperare.

Facciamo un esempio.
Diciamo che i rappresentanti sindacali hanno chiuso un accordo sui turni che prevede, tra l’altro, che prima di proclamare lo sciopero si debba discutere tre giorni con l’azienda. Se l’azienda cambia all’improvviso i turni, si discute per tre giorni e poi se non si trova una mediazione si sciopera.

La Fiom sembra un po’ meno serena sul punto.
Quello che cerco di spiegare loro è che, a differenza che in Fiat, dove c’è una lesione del diritto di sciopero, qui si interviene solo sul modo in cui si discute tra le parti.

E con il segretario Landini ne avete parlato?
Maurizio ha affrontato tutto questo accordo al contrario, come se fosse una risposta alla Fiat. Invece si è fatta un’operazione completamente diversa, tentare di salvaguardare il sistema di fronte a una Fiat che voleva sfasciarlo. Quando l’ad del Lingotto Sergio Marchionne ha scritto a Confindustria per dire che l’accordo non andava bene, Landini ha fatto una battuta infelice: “L’accordo è durato un solo giorno”.

L’ipotesi d’intesa vincola solo le imprese iscritte a Confindustria. Come se si desse per scontato che la Fiat ormai fa storia a sé.
È così. Il problema però non era solo Sergio Marchionne, ma che la Fiat portasse fuori dal sistema tutte le grandi imprese. Non dimentichiamo che dentro Confindustria si iniziava a parlare di alternativa tra contratto nazionale e aziendale, significa che il contratto nazionale non c’è più.

Quindi con Confindustria vi siete salvati a vicenda.
Abbiamo provato a salvare un sistema che era in discussione, anche per colpa della stessa Confindustria che ha fatto errori come l’accordo separato sui contratti nel 2009. Comunque non tutti, dentro Confindustria, vogliono cancellare il contratto nazionale, altrimenti la guerra del lavoro diventerebbe totale con effetti devastanti non solo sui lavoratori ma anche sulle aziende. Per la Fiat è diverso, perché è protetta dal fatto di essere l’unico costruttore di auto nel nostro Paese.

Se questo accordo va bene a tutti, perché la Cgil non vuole che diventi una legge?
In questo contesto parlamentare sarebbe comunque complesso, diciamo. Ma la Cgil non ha mai voluto una legge che regolasse la contrattazione, che è il libero effetto del contratto tra le parti. Volevamo una legge sulla rappresentanza, cioè la misurazione di chi rappresenta chi.

Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2011