Vauro è costretto a impratichirsi in fretta del nuovo telefono fornitogli per imbarcarsi sulla nave per Gaza. “Se ci fermano gli israeliani, ci portano via tutto, documenti e mezzi di comunicazione, meglio avere con sé solo vuoti a perdere”.

Appena arrivato ad Atene il cellulare del disegnatore satirico e organizzatore della Flottiglia italiana viene tempestato di chiamate per risolvere dettagli più o meno grandi: la partenza si avvicina, anche se non è ancora certo il luogo e l’ora; ci si tiene pronti a partire per Corfù, che potrebbe essere la prima tappa di avvicinamento alle coste mediorientali della “Stefano Chiarini”, l’imbarcazione di 30 metri acquistata dagli organizzatori della Flottiglia e ribattezzata con il nome del giornalista del Manifesto e attivista, alla cui memoria è in qualche modo dedicata la missione italiana.

Negli alberghi attorno all’Acropoli (e non lontano da Piazza Syntagma, controllata dalla polizia greca in attesa delle manifestazioni per lo sciopero nazionale di oggi e domani) gli attivisti tedeschi, francesi, svizzeri, americani, canadesi si preparano per il viaggio. “Che potrebbe iniziare nei prossimi giorni”, dicono alcuni degli organizzatori: li porterà di certo di fronte a Gaza “città assediata” e forse – ma dipenderà dalla marina israeliana – fino alla costa: tutti hanno in mente la strage compiuta l’anno scorso per bloccare la prima Freedom flotilla.

A bordo ci saranno anche giornalisti israeliani, testimoni del nuovo tentativo, tutto “all’insegna della pace”, di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese.

“Di Stefano sono stato testimone di nozze e mi fa una certa impressione salire su una nave con il suo nome”, spiega Vauro, che con questo viaggio conferma la sua attitudine a partecipare attivamente alle iniziative in cui crede: “L’impegno per me ha senso se si va a vedere, a testimoniare con la propria presenza: ero a Gaza nell’87, durante la prima Intifada, quando in città non sapevano nemmeno cosa fosse un kamikaze”. Quasi 25 anni dopo l’impegno si rinnova, “perché le cose non sono cambiate, anzi. È vero che in questi giorni c’è chi parla di miglioramenti a Gaza, ma mi pare tutto relativo: se si parte dalle macerie, anche un muro riparato può sembrare un miglioramento. Ma è anche della situazione psicologica della società di Gaza che bisogna tener conto; è ancora una prigione a cielo aperto ormai da una generazione, una generazione bruciata dalla violenza che pare senza scampo”. Per questo forzare “anche solo simbolicamente il blocco navale – che più di un atto simbolico non è possibile e non si vuol fare – è importante per dare un segnale di altre possibilità e di un’altra condotta, più umana”, per riprendere il motto dell’attivista Vik Arrigoni ucciso a Gaza in primavera.

Nelle ultime ore pare siano i militari israeliani a frenare i politici di Gerusalemme, facendo sapere che non ci sono problemi nel carico delle navi umanitarie (cemento per costruzioni, medicinali, materiale scolastico), meglio però non farsi cogliere impreparati: “Andiamo a comprare i tappi per le orecchie – consiglia Vauro – gli venisse voglia di tirarci qualche bomba sonora”.

Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2011