Lo striscione più grande, per la prima volta in ventun anni di raduni a Pontida, non è per il capo. Ma per il titolare del Viminale. Venti metri per due, riporta, verde su bianco, quella che fine a poco tempo fa per i leghisti era una bestemmia e ora lo è solo per una parte del Carroccio: “Maroni presidente del consiglio”. Ed è stato attaccato dalla parte opposta dal palco, sulle transenne in fondo al sacro prato. Chi guarda il palco ce l’ha alle spalle. Bossi invece ce l’avrà davanti mentre parlerà, per tutto il tempo dell’intervento. La sicurezza, al momento, non si è mossa per toglierlo. L’hanno mostrato a Giancarlo Giorgetti, al suo arrivo verso le otto e trenta. Lui ha allargato le braccia. “Qualcuno avrà un travaso di bile”, prevedono i leghisti dei banchetti di radio Padania.

E oltre allo striscione, quando il pratone ha cominciato a riempirsi, sono spuntati centinaia di volantini con lo stessa scritta: “Maroni presidente del Consiglio”. E un’aggiunta: “subito”. Che la corrente maroniana si sarebbe palesata proprio qui, alla festa del giuramento padano, alla cerimonia da sempre considerata solo di Bossi ha stupito molti e indispettito il Capo e Calderoli, in particolare. Ieri sera, all’albergo “La sosta” di Cisano bergamasco, poco distante da Pontida, Bossi ha riunito Calderoli, Maroni, Reguzzoni, Castelli e altri colonnelli per limare la scaletta della giornata. A mezzanotte è andato a dormire. Il Senatur aveva ceduto sugli interventi dal palco. Non più soltanto lui, ma pochi minuti anche a Maroni e Calderoli. Ma gli slogan a favore del titolare del Viminale non sono piaciuti a molti del cerchio magico.

E infatti è Bossi a parlare. Tutti salgono sul palco, da Reguzzoni a Tosi. Tutti vengono presentati uno a uno. Tutti vengono applauditi. Tutti in camicia verde. Tutti tranne uno: Maroni. Il titolare del Viminale si presenta in abiti quasi da “premier” ironizza Mario Borghezio poco dopo. E a Maroni non vanno solo gli applausi. Dal prato di Pontida si leva un coro: Maroni, Maroni. Poi Bossi si avvicina al microfono e comincia a parlare. Per prima cosa tenta di rassicurare: “I giornalisti scrivono falsità, non c’è nessuna spaccatura”. Più che uno stop alle polemiche una conferma.

Ma nell’ora successiva appare evidente come la polemica di fatto è superata: è passata la linea Maroni. Il ministro dell’Interno riceve una incoronatura e mezzo. Una piena, dal sacro prato di Pontida, l’altra a metà, dal partito. Con la benedizione di Bossi che addirittura lo annuncia, lo chiama al microfono e gli lascia la parola. L’unica a non capire è Rosy Mauro. Che alla fine ripeterà “liberi con Bossi”, guadagnandosi qualche fischio e regalando l’immagine di un Giorgetti sconcertato sul palco a scuotere la testa. Ma che Maroni sia l’astro nascente è chiaro a tutti. All’eterno rivale Calderoli, che al termine della festa si presenta nero in volto alle telecamere. Lo sa Reguzzoni, che sul palco non sale neanche. E lo sa soprattutto Maroni che aspetta che tutti si allontanino prima di prendere la parola. La scena è sua. Con la benedizione di Bossi che ha ceduto alla linea maroniana anche sull’ultima linea: Tremonti. Non una parola in sua difesa. Anzi. “Se vuoi ancora i nostri voti devi smetterla di tartassare i nostri”.