Chi ha paura dell’Akp? Chi ha paura di Recep Tayyp Erdoğan? A leggere la stampa internazionale, nella settimana precedente le elezioni del 12 giugno, sembrerebbe il mondo intero, o almeno quello anglosassone: perché l’Economist, il New York Times, il Wall Street Journal, l’Observer l’hanno accusato di voler promuovere una deriva autoritaria, di voler “putinizzare” la Turchia imprigionando i giornalisti e affermando il culto della propria personalità, di voler imporre un modello sociale eccessivamente influenzato da precetti religiosi, di aver voltato le spalle all’Europa per far fronte comune con l’Iran. E l’Economist – che pur ha riconosciuto gli indiscutibili meriti dei governi (monocolore) dell’Akp, al potere dal 2002, nel rilanciare l’economia, nel disarcionare le élites militari golpiste, nel garantire maggiori diritti – ha esplicitamente suggerito il voto per l’opposizione kemalista del Chp come baluardo della democrazia, suscitando le rimostranze del premier e di numerosi ministri, che hanno gridato al complotto internazionale.

Cosa c’è di vero in queste concentriche accuse? Non moltissimo. E tutto parte – sgombrando preliminarmente il campo dai complottismi – da un equivoco di fondo: la confusione indebita propinata dagli accusatori tra il caratteraccio autoritario del primo ministro, che non ama le critiche personali e non si sottrae mai alle polemiche (anche accese) e l’autoritarismo come sistema politico. Una confusione generata dall’attuale contesto: tutti i partiti vogliono una nuova costituzione per sbarazzarsi definitivamente di quella anti-democratica del 1982. Il premier propone un sistema presidenziale o semi-presidenziale (alla francese) e il prossimo presidente della repubblica verrà per la prima volta eletto a suffragio universale: ma come può un capo di Stato legittimato direttamente dal popolo essere sprovvisto di poteri adeguati? Insomma, il ragionamento è più o meno questo: Erdoğan ha un caratteraccio autoritario, Erdoğan vuole una repubblica presidenziale, Erdoğan vuole essere il nuovo presidente della repubblica. Quindi Erdoğan vuole introdurre in Turchia un sistema autoritario. Ma un sistema presidenziale non è necessariamente autoritario, quel che conta sono diritti e libertà.

Per perfezionare una riforma costituzionale, ad ogni buon conto, serve una speciale maggioranza parlamentare: dei 3/5 (330 deputati più uno), con successivo referendum; dei 2/3 (367), senza la necessità di un referendum. Dando per scontata la riconferma dell’Akp con la maggioranza assoluta, tutto dipenderà dalla sua ampiezza: fino a 330 seggi ci sarà bisogno di trovare un compromesso con le opposizioni, a partire da 331 l’Akp potrà fare da solo. In ogni caso, Erdoğan ha più volte affermato in campagna elettorale che la nuova costituzione verrà scritta a più mani: coinvolgendo non solo le opposizioni parlamentari o altre forze politiche escluse dalla Grande assemblea (in Turchia vige un eccessivo e contestato sbarramento del 10%), ma anche la società civile. Nel frattempo, ha anche annunciato una riforma dell’organizzazione del governo: con l’accorpamento di ministeri, la creazione di nuovi (tra cui quello fondamentale dell’Europa), l’introduzione della figura dei vice-ministri provenienti anche dal settore privato.

Riguardo i contenuti, le esigenze sono ben conosciute: superamento dell’impostazione autoritaria – questa autentica – dell’attuale costituzione; più diritti e più libertà per tutti i cittadini, soprattutto per le minoranze etniche (armeni, rum e molte altre); riconoscimento delle specificità politiche e culturali dei curdi, con autonomie speciali per il sud-est. Tutto per completare le riforme avviate in questi anni dall’Akp: perché la Turchia, in termini di diritti, a partire dal 2002 ha fatto passi da gigante verso gli standard europei. E, come suggerisce lo slogan elettorale dell’Akp, sembra pronta per l’obiettivo del 2023, nel centenario della repubblica voluta da Atatürk: diventare la decima potenza economia mondiale, una potenza regionale con interessi globali. Il modello politico ed economico per i paesi del Medio oriente impegnati nella transizione democratica. Gli ultimi sondaggi accreditano l’Akp di una percentuale poco inferiore al 50% (ottenne il 46,7% nel 2007), il Chp tra il 25 e il 28% (in decisa crescita rispetto al 20,8% di 4 anni fa), l’Mhp poco sopra la soglia del 10% (14,3% in 2007): si vota domenica fino alle 18, i risultati definitivi arriveranno già in tarda serata.

di Giuseppe Mancini