Il Pdl di Ravenna scivola su un comunicato stampa ai limiti del razzismo e lo fa su Ouidad Bakkali, assessore alla cultura e pubblica istruzione della giunta di centrosinistra, che di straniero ha solo il cognome. Dei suoi 25 anni Bakkali ne ha passato solo uno, il primo, nel Paese di provenienza dei genitori, il Marocco. La giovane assessore ha vissuto e si è formata a Ravenna e vanta un curriculum che la rende degna del ruolo che ricopre. Ha vissuto sulla sua pelle e conosce le dinamiche degli ambiti multiculturali, che riguardano sempre più la società italiana. Il suo impegno si è profuso anche in campo europeo, dove è stata membro di commissioni di lavoro e comitati organizzativi del Parlamento dei giovani.

Lo scandalo riguardante Bakkali succede a Ravenna, la città bizantina che riuscì a essere grande integrando i barbari, che è nota oggi per le sue iniziative a favore dell’interculturalità come il Festival delle culture, di cui si è da poco conclusa la quinta edizione. La tre giorni di incontri, dibattiti e musica intende rappresentare una città che desidera aprirsi alla diversità, etnica e culturale, come valore aggiunto per costruire una cultura di convivenza pacifica.

L’evento deve essere passato inosservato per il Pdl locale, se al centro delle sue accuse è finita l’assessore Bakkali. Il pensiero del partito è affidato a un documento collettivo, firmato dai 5 consiglieri. “Non essendo a conoscenza – si legge – di particolari qualità di esperienza e di meriti specifici dell’assessore alla cultura Bakkali, è proprio il simbolo che rappresenta a essere preoccupante: il rischio è quello di una politica culturale che continui a guardare solo ed esclusivamente all’interculturalità ma che non tenga conto della tradizione culturale della nostra città. Alla radice di questo giudizio vi è una nostra concezione qualitativamente diversa della persona, della società e della stessa vita. Questo inquadramento nel multiculturalismo rischia di diventare l’azzeramento dei nostri valori, della nostra identità, delle nostre radici per confluire in una nuova civiltà che è la sommatoria quantitativa di quanti arrivano a casa nostra e dettano le loro condizioni”.

I consiglieri del Pdl, sensibili all’uso dell’aggettivo possessivo e all’appartenenza territoriale proseguono: “Se questo è l’intendimento del sindaco Matteucci non sappiamo quanto sia in consonanza con le attese e le aspettative dei ravennati e non sappiamo neanche se sia produttivo, per il progetto Ravenna capitale della cultura 2019, annacquare le peculiarità dell’essere e delle tradizioni di Ravenna in un anonimo multiculturalismo di maniera”. A firmare il documento del Pdl sono il capogruppo Nereo Foschini, il vicecapogruppo Alberto Ancarani, Francesco Baldini, Maurizio Bucci e Caterina Graziani. Tra questi spicca il parere di Ancarani, il più giovane del gruppo. Praticante avvocato, Ancarani, nel suo profilo Facebook dichiara di prediligere la Gialappa’s band, la trasmissione “Mai dire Grande fratello” e si definisce “christianus catholicus”, caso mai qualcuno mettesse in dubbio che ha frequentato il liceo classico Dante Alighieri. Facendo ricorso alla sua cultura classica Ancarani utilizza un aggettivo d’origine greca, “autoctono”, per criticare la scelta di Bakkali da parte di Matteucci: “Se il sindaco nella Bakkali ha visto un simbolo, questo simbolo è l’esatto contrario per i ravennati autoctoni. Non si capisce poi come il Comune territorialmente più esteso dopo Roma non riesca a individuare una persona ivi residente che possa fare l’assessore”. Forse il Pdl ravennate quando ha redatto questo comunicato ignorava che Ouidad Bakkali è arrivata a Casal Borsetti, frazione marittima di Ravenna, quando aveva un anno. A sei si è trasferita con la famiglia in città, dove ha frequentato tutte le scuole. “Sono e mi sento italiana e ravennate – è la replica di Bakkali- la mia tata, quando ero piccola, si chiamava Edda, nome che più romagnolo non si può”. Le radici dei genitori le danno la doppia cittadinanza italo-marocchina e lei a sentirsi definita come la straniera che porta via il posto a qualcuno del luogo non ci sta: “È una bassezza politica quella degli esponenti del Pdl, se per attaccarmi si devono rifare alle mie origini. Giudichino il mio operato e soprattutto mi lascino lavorare. Credevo che il livello della discussione politica fosse un po’ più alto. Purtroppo devo constatare che non è così”.

Non tarda a reagire alle dichiarazioni del Pdl Martina Monti, l’altra giovane assessore della giunta Matteucci. La nomina di Monti è stata considerata “un vero e proprio affronto” da parte dei pidiellini che l’hanno definita uno “spot giovanilista” del sindaco. Conscia di poterli smentire Monti risponde a tono: “Ho letto sulla stampa locale dell’attacco meschino fatto dai consiglieri comunali del Pdl nei confronti miei e dell’assessore Bakkali. Non voglio nemmeno entrare nel merito delle accuse che considero inopportune e povere di contenuti. Se è sulla base dei pregiudizi che si fonda la dialettica politica del Pdl, risulta evidente il fatto che non abbiano trovato altro modo per mettersi pubblicamente in mostra”.

Le parole usate dal gruppo consiliare del Pdl per stigmatizzare la nomina di Bakkali non sono sfuggite neppure a Babacar Pouye, presidente della rappresentanza dei cittadini stranieri di Ravenna e consigliere comunale aggiunto: “Questa città è molto avanti sul tema dell’immigrazione, nonostante ciò quelli del Pdl sparano a zero senza indagare alla fonte. I 5 del Pdl non sapevano neanche che Bakkali vive a Ravenna praticamente da quando è nata, la loro è una politica di chiusura ma il mondo è diverso, la globalizzazione impone altri comportamenti ed è tempo di capire che anche la politica italiana può essere partecipata da stranieri. Se lo dovrebbero ricordare gli italiani che non molto tempo fa sono immigrati in tutto il mondo e ora hanno una Nancy Pelosi alla Camera degli Stati Uniti”.

Pouye, insieme a Miranda Kalefi, è uno dei due consiglieri aggiunti uscenti del primo mandato Matteucci. Rammenta bene una delle promesse che andava facendo Ancarani nell’ultima campagna elettorale: “Prometteva di togliere le figure dei consiglieri aggiunti sostenendo che era una spesa inutile, ma io e Kalefi percepivamo un gettone di presenza pari a un terzo circa di quello di un consigliere ordinario ed eravamo in aula solo quando si discutevano ordini del giorno che interessassero la comunità degli immigrati”. Le considerazioni di Pouye, che vede di buon grado l’elezione di Bakkali “non solo per le sue origini ma perché è giovane, ha esperienza in Europa e parla correntemente cinque lingue”, vanno oltre al recinto della politica ravennate: “Non torneremo mai indietro, i figli degli immigrati nascono qui e un giorno arriveranno ad avere incarichi come Obama negli Usa, è solo questione di tempo”.