Avevamo sperato che non accadesse, ma puntualmente, com’era purtroppo prevedibile, è avvenuto. Massimo D’Alema non è riuscito a resistere.

Come era già accaduto, quando Berlusconi è in profonda difficoltà, può contare, con assoluta sicurezza, sul soccorso che arriva da Massimo D’Alema. La raffinata proposta è un’idea assolutamente “nuova”: un governissimo. Uno stratagemma geniale per consentire a Berlusconi di recuperare. Insomma tutto pur di non votare adesso e scongiurare il pericolo delle primarie che potrebbero riservare sorprese amare per la nomenclatura del Nazareno. Allora meglio rimettere in sella Berlusconi, magari perdere, ma restare saldamente al comando della nave dal quale si possono ricavare reddite di posizione, che sono sempre meglio di vedere magari un Vendola trionfare alle primarie e magari – da candidato premier – ascendere a Palazzo Chigi.

Già, Vendola. Sulle colonne del Corriere il segretario Bersani ha espresso un forte richiamo alla necessità di convergenze con i centristi (nonostante siano usciti piuttosto maluccio dalle Amministrative) e ha tenuto a precisare, agganciando al volo a un assist di Aldo Cazzullo, che gli ricorda come il leader di Sel nel ’98 votò contro Prodi, che Vendola dovrà dimostrare di essere un alleato “affidabile”. Naturalmente nè Cazzullo e neppure Bersani si ricordano che a mandare a fondo Prodi nell’ultima esperienza di Governo non furono i trinariciuti comunisti, bensì gli affidabili moderati di Mastella.

La vocazione inciucista sembra essere dominante. In suo nome si può sacrificare tutto, soprattutto il “vento nuovo” che campeggia sui manifesti del Pd dopo i ballottaggi, ma che sembra esser diventato esso stesso il vero incubo dei dirigenti del Pd. Un vento che potrebbe far saltare gerarchie, equilibri, carriere garantite. Che potrebbe ridare la parola alla gente e ridurre al silenzio le oligarchie. Si tratta di una spinta che non è facile volgarizzare come protestataria o massimalista, che appare invece caratterizzata da una nuova visione politica che si potrebbe sintetizzare, usando una sorta di ossimoro, nel termine: Riformismo Radicale. Un riformismo cioè capace di aggregare non astratti soggetti “moderati”, ma il ceto medio dell’Italia di oggi, che potrebbe ridare rappresentanza ai lavoratori delle fabbriche, ignorati dalla politica. Un Riformismo Radicale che esca dai bunker delle sedi di partito e punti ad essere rappresentanza politica dei giovani, sui quali le famiglie hanno investito e che non hanno la possibilità di avere una progettualità né di lavoro e neppure di vita personale, e ancora della piccola borghesia professionale, dei certi impiegatizi e intellettuali, che hanno perso il benessere e la sicurezza sociale, dei piccoli e medi imprenditori, degli artigiani strangolati dalla crisi, delle finte partite Iva che lavorano come dipendenti senza diritti e senza sicurezze. Sono questi i moderati? O sono gli uomini di Marchionne e della Marcegaglia, o i Casini e i Buttiglione? Sono questi in realtà gli italiani che hanno risposto nel momento in cui la loro domanda di rappresentanza si è concretizzata, si è incarnata in uomini credibili, in progetti chiari, in schieramenti che non mettevano insieme tutto e il contrario di tutto. Hanno risposto da Milano a Napoli, da Bologna a Cagliari, da Sud a Nord, nel momento in cui la loro domanda ha incontrato l’offerta. Questo è successo alle amministrative. Questa è la lezione che i vertici del Pd stanno cercando disperatamente di non capire.

Questo avviene a Roma, ma cosa accade in periferia? In Sicilia ad esempio.

Qui il Pd ha sperimentato con successo uno dei più sofisticati metodi di suicidio politico. L’appoggio al Governatore Lombardo, fortemente sponsorizzato dalla presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, ha determinato la spaccatura non solo del centrosinistra, ma dello stesso Pd. A dare il colpo di grazia a questa brillante intuizione politica, è stata l’indagine della Procura di Catania che ha iscritto Lombardo per concorso esterno in associazione mafiosa e, adesso, si appresta a chiederne il rinvio a giudizio. Ma neppure questo sembra bastare. Per disancorare il Pd siciliano da questa funesta esperienza, probabilmente ci vorrà lo Svitol.

A Catania, la seconda città dell’Isola, si aprono i giochi per la candidatura a sindaco. La scadenza naturale è nel 2013, ma se si andasse alle elezioni politiche anticipate è prevedibile che l’attuale sindaco del Pdl, Raffaele Stancanelli, si dimetta per garantirsi la rielezione al Senato e allora il voto anche per Palazzo degli Elefanti si avvicinerebbe rapidamente. Nel Pd è pronto a scendere in campo il “nuovo”, il “rinnovamento”. Lo incarnano due personaggi: l’ex sindaco Enzo Bianco e Giuseppe Berretta, deputato di recente nomina. Bianco è ancora ricordato in città più che per la cosiddetta “primavera di Catania”, per aver mollato senza troppi complimenti il secondo mandato, per correre a fare il ministro dell’Interno. Una scelta di sicuro successo nel gradimento dei catanesi. “Questo pensa solo a farsi gli affari suoi…”. Un abbandono che aprì la strada alla disastrosa sindacatura di Umberto Scapagnini, il medico personale di Berlusconi, che portò la città al disastro economico e civile e scappò inseguito da condanne e processi. I catanesi, che Bianco non era più persona gradita, lo spiegarono chiaramente quando si ricandidò proprio contro Scapagnini e venne sonoramente battuto al primo turno. Adesso si propone per fare il bis.

L’alternativa, anche questa come l’appoggio a Lombardo, sponsorizzata sempre della presidente Finocchiaro, è la candidatura di “rinnovamento”: Giuseppe Berretta deputato quarantenne con curriculum di tutto rispetto. Da segretario cittadino nel 2005 portò i Dd a un clamoroso risultato alle Amministrative, quando la Quercia raccolse in città il 5% dei consensi. Fu il peggiore risultato dai tempi della fondazione del Pci nel 1921. Nella lista al consiglio comunale la metà dei candidati non raccolse un solo voto di preferenza. Berretta fu uno degli eletti (insieme ad Anna Finocchiaro che raccolse poco più di un migliaio di preferenze) grazie ad alcune centinaia di voti. Insomma un vincente nato. Lo premiarono subito. Nel 2008 viene infatti nominato deputato nazionale.

Alla voce professione nel suo blog leggiamo: ricercatore universitario e professore aggregato di Diritto del Lavoro presso l’Università Kore di Enna. Di che si tratta? La Kore è l’università il cui rettore è l’ex ministro della difesa craxiano, Salvo Andò e nel cui consiglio di amministrazione siede uno dei padroni di Catania, l’editore Mario Ciancio Sanfilippo. Ma non solo il candidato del rinnovamento a Catania lavora nello studio associato dello zio, l’avvocato Andrea Scuderi. Studio legale che rappresenta i proprietari delle aree di Corso Martiri della Libertà a Catania. Terreni nel cuore della città, sui quali si prepara la più importante operazione immobiliare degli ultimi due secoli nella città etnea. Insomma Berretta candidato a sindaco sembra proprio l’uomo giusto al posto giusto.

Viene da chiedersi cosa succederebbe a Catania se, come molti chiedono, saltasse fuori come a Milano un candidato radicalmente riformista, che si schierasse apertamente contro i poteri forti della città, contro i “nuovi cavalieri dell’apocalisse” e rappresentasse una speranza vera di cambiamento. Un vero incubo. Meglio evitare.