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Biennale di Venezia, hanno tutti torto

NON C'È DI CHE - La vicepresidente della Commissione europea vuole sospendere i fondi dopo il caso del padiglione russo. Ha torto come i politici che hanno replicato
Biennale di Venezia, hanno tutti torto
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La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen ha raccomandato ufficialmente all’agenzia Eacea (l’agenzia europea per la Cultura e l’Educazione) di interrompere il contributo di 2 milioni di euro alla Biennale di Venezia in seguito a “una valutazione approfondita delle risposte della Biennale per giustificare la riapertura del padiglione della Russia. La cultura in Europa – finanziata con il denaro dei contribuenti – dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna”. La Biennale ha replicato di aver risposto nei termini stabiliti a tutti i punti della terza lettera ricevuta dall’Eacea sul tema, e “di attendere da essa una nota tecnica formale per valutare ogni eventuale passo successivo e far valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti”.

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia: “L’Ue vuole togliere i 2 milioni di euro destinati alla Biennale di Venezia come ritorsione per la presenza di artisti russi. Una decisione inaccettabile. La cultura non si censura e gli artisti non sono soldati. Pieno sostegno a Buttafuoco. Il governo difenda la Biennale”. Il suo vice Alberto Stefani: “La cultura ha sempre rappresentato uno spazio di dialogo, anche nei momenti più difficili della Storia, e non dovrebbe subire ricatti o censure. Il rischio è che passi il principio secondo cui per fare cultura serva una patente e, cosa ancora più pericolosa, che a darla sia un organismo non eletto direttamente dai cittadini”. La sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni: “Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione Europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles”. Chi ha torto? Tutti, ma per motivi diversi:

1) Virkkunen ha torto perché la spiegazione (“i valori democratici non vengono rispettati nella Russia odierna”) rinvia a un criterio previsto dall’ordinamento europeo, ma lo applica senza indicare quali parametri verificabili siano stati utilizzati. Dove si colloca la soglia? Quali Stati rispettano i valori democratici in misura sufficiente da soddisfare questo criterio? Più circoscritta, invece, la motivazione con cui la giuria della Biennale di Venezia proponeva di escludere dai premi Russia e Israele: i loro leader sono destinatari di mandati di arresto della Corte penale internazionale. Il criterio era fondato su un atto giuridico identificabile e verificabile, indipendentemente dal giudizio che se ne voglia dare. La Fondazione Biennale contestò la proposta e la giuria si dimise. L’altro errore di Virkkunen è il doppio standard: ne ho già scritto.

2) Zaia e Stefani hanno torto a parlare di censura. Innanzitutto perché l’Ue non vieta l’esposizione, ma decide se sostenere economicamente un progetto con fondi pubblici. E poi perché è fuorviante dire che gli artisti della Biennale “non sono soldati” e dunque non devono essere “censurati”: la loro selezione avviene nell’ambito dei rispettivi padiglioni nazionali, la cui organizzazione fa capo alle istituzioni designate dagli Stati partecipanti. Nel caso concreto, non si trattava di dissidenti, ma di artisti selezionati secondo le procedure previste per i padiglioni di Russia e Israele. Difficile affermare la distinzione tra arte e politica in un’esposizione costruita su padiglioni nazionali. Dal 1970 al 1992 il Sudafrica dell’apartheid fu escluso dalla Biennale per ragioni politiche.

3) Stefani ha torto anche quando critica un organismo “non eletto”: la Commissione europea deriva la propria legittimazione da un procedimento previsto dai Trattati che coinvolge governi nazionali e Parlamento europeo.

4) Borgonzoni ha torto imputando all’Ue una “sentenza politica”. Anzitutto perché non si tratta di una sentenza, ma dell’esercizio di un potere amministrativo relativo all’erogazione di fondi. In secondo luogo perchè la Biennale non è un’isituzione politicamente neutra. Le scelte culturali della Biennale (per esempio l’ok ai padiglioni di Russia e Israele) hanno rilevanti implicazioni politiche, come dimostra la polemica stessa. Quanto all’Eacea, è sì un “ente tecnico”, ma opera nell’ambito degli indirizzi politici definiti dalle istituzioni dell’Unione: non è anomalo che riceva orientamenti dalla Commissione. Quando poi Borgonzoni scrive che la raccomandazione della Commissione arriva “prima ancora che venga trovato un elemento concreto”, trascura il fatto che la Commissione aveva già inviato tre lettere chiedendo chiarimenti e avvertendo che il finanziamento sarebbe stato riesaminato. Il problema, insomma, non è che l’Unione europea compia una scelta politica. Il problema è che una decisione di questo tipo, quando incide sull’erogazione di fondi pubblici, dovrebbe essere guidata da criteri previamente definiti e verificabili. Altrimenti il richiamo ai “valori democratici” rischia di tradursi in una valutazione discrezionale. Va anche detto che tutti facciamo errori. La mia prima volta al cinema, avrò avuto 13 anni (davano l’ultimo di Bud Spencer e Terence Hill), sono entrato al buio e mi sono seduto su una suora.

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